mercoledì 21 novembre 2007

Il muro del pianto

IL MURO DEL PIANTO

I bambini si voltarono un’ultima volta a salutarla con la mano. Amal li guardava allontanarsi nei loro lindi grembiulini con lo zainetto dei libri sulle spalle. Ogni giorno doveva lottare per superare la sua paura prima di allacciare loro i grembiuli e prepararli per la scuola. Ogni giorno i piccoli Ashraf e Senabel seconda e terza elementare dovevano cercare i varchi nel muro o camminare fino a dove non era del tutto finito e arrampicarsi per poter scendere dall’altra parte dove era rimasta la loro scuola. Il muro era lì come una minaccia, si alzava tra gli abitanti del villaggio e la loro vita. “Ora che i miei bambini devono arrampicarsi tra i calcinacci certamente gli israeliani si sentono più sicuri” pensava Amal. La notte sognava i Pink Floid che cantando “The Wall” a squarciagola facevano crollare il muro tra gli applausi, come quelli di Gerico o di Berlino. Ma il muro era sempre lì e ogni giorno cresceva come una tenia. Abu Salah un abitante del villaggio se lo era trovato addirittura nell’orto di casa. La rapidità con cui avanzava era sconcertante, Abu Salah era uscito nell’orto e l’orto non c’era più. Al posto dei tre ulivi e del melo c’era ora quel blocco grigio attaccato alla sua casa e l’orto dall’altra parte. Ma anche Um Kaled aveva avuto una brutta sorpresa il giorno che aveva deciso di andare a prendere un tè da sua sorella che abitava a pochi metri di distanza. Um Kaled che era soprappensiero vide il muro solo all’ultimo momento. Era una visione surreale e lei rimase indecisa per un attimo perché avrebbe potuto essere anche un’allucinazione alla quale forse poteva passare attraverso. Per fortuna non optò per questa soluzione perché ci avrebbe sbattuto il naso contro, infatti, quella cosa che vedeva nel bel mezzo della strada era proprio un solido e concreto tratto di muro. Um Kaled non ce la fece ad arrabbiarsi, perché se una mattina uno si sveglia, esce di casa e sulla strada che percorre da sempre si è alzato un muro, prima di arrabbiarsi rimane interdetto per un bel po’ e mentre cerca di raccapezzarsi il muro si alza da qualche altra parte della sua giornata, della sua vita. Il marito di Amal aveva una teoria.
–Sai- le disse -che il muro occidentale del tempio dove gli ebrei pregano e mettono bigliettini nelle fenditure, è chiamato muro del pianto? Gli ebrei hanno deciso di non piangere da soli e per questo ci hanno costruito questo muro che a ragione può essere chiamato del pianto-.
E lacrime e sangue erano già impastate nel cemento e nella terra sotto il muro. C’erano stati dei sit-in di protesta, i ragazzi avevano dipinto dei murales sul cemento grigio, colombe dalle grandi ali e slogan contro l’occupazione. I sit-in erano finiti con una preghiera collettiva e mentre tutti tendevano verso il cielo le mani disarmate con le palme aperte i soldati avevano sparato falciando otto vite.
Quella notte Amr non aveva chiuso occhio. Si era rigirato nel letto tutto il tempo pensando a suo padre. Voleva andare a studiare all’estero. Non era possibile andare avanti così! Un giorno l’università era chiusa, un giorno non gli facevano passare il ceck point, un giorno rompevano la strada e un altro bombardavano con i missili. Amr faceva sul serio, voleva andare avanti e aveva una vita sola, non poteva aspettare che gli permettessero di viverla lì, questo aveva detto a suo padre, mentre il vecchio (non era poi tanto vecchio ma lo sembrava per i giorni accumulati di fatica e di dolore) lo guardava con una strana espressione negli occhi lacrimosi, Amr avrebbe potuto definirla di incredulità, di paura, di abbandono. “Potresti non riuscire a tornare” aveva detto “potremmo non vederci più, non dobbiamo dividerci”. Amr aveva preso una stanza in affitto vicino all’università per evitare il ceck point. Basta. Aveva deciso. Sarebbe andato da suo padre per rassicurarlo, d’accordo, non se ne sarebbe andato, si sarebbe laureato lì, inshallah, a Bir Zeit. La decisione presa gli fece sentire la giornata più leggera compresa l’attesa al ceck point. Si era tolto un peso dal cuore che premeva di più ogni volta che ricordava lo sguardo di suo padre, ora sulla sua vecchia faccia sarebbe tornato il sorriso. Questo pensiero faceva sorridere anche Amr che andava verso il villaggio finché sulla strada di casa non si stagliò il muro. Amr strizzò gli occhi come uno che voglia vederci meglio. Forse era un appannamento della vista. Macché, era un muro. Un muro in mezzo al villaggio? A chi spiegare che doveva correre a casa? Non c’era nessuno in cima a parte le mitragliatrici che sparavano quando la fotocellula avvertiva una presenza. Amr era bloccato lì e suo padre dall’altra parte, con i suoi occhi lacrimosi che non sorridevano più che non avrebbero sorriso.
Non è che non si potesse proprio passare da una parte all’altra del muro che attraversava il villaggio, che lo tagliava in due: bisognava chiedere un permesso all’esercito per uscire dal lato dove ci si trovava, aspettare che venisse accordato e poi per tornare indietro chiedere un altro permesso. Nessuno però poteva prevedere se quando e come il permesso sarebbe stato accordato. In genere dipendeva dall’umore del graduato di turno, dalla situazione generale e dalla voglia che aveva l’IDF di divertirsi.
Mentre Amr non sorrideva più pensando a suo padre, il suo coetaneo Hakim camminava poco lontano con un sorriso ispirato stampato sulla faccia. Si sentiva leggero e allegro e poco ci mancava che si sollevasse da terra in volo sul villaggio come un personaggio di Chagal. La bella Aysha gli aveva sorriso. Che importava il grigiore della sua vita, le umiliazioni al ceck point ogni giorno, che importava la tenebra che invadeva a macchia d’olio ogni angolo del suo quotidiano. Una gioia lieve come una nuvola gli apriva il cuore a ogni possibile speranza mentre si avviava verso la casa di Aysha. Incontrò Hamza, il suo vicino, che gridava improperi al cielo.
-Che ti succede amico?- gorgheggiò sulla faccia accigliata dell’uomo.
-Il mio somaro!- gridò Hamza.
-Che è successo al tuo somaro?-
-E’ rimasto di là, dall’altra parte- gridò il vicino indicando davanti a se.
-E’ cresciuto così in fretta che il mio somaro non ha fatto in tempo a passare, è anziano poveretto non può mica mettersi a correre!-
-Ma che cavolo dici Hamza, di che stai parlando?-
Intanto che discutevano avevano continuato a camminare e in quel momento si trovavano già di fronte al muro.
-Di quello sto parlando-
gridò Hamza indignato scuotendo il braccio
-del muro!- Hakim tacque all’improvviso e rimase di gesso perché il sorriso di Aysha era rimasto di là dal muro. Tutta la sua speranza e la sua gioia diventarono d’un tratto un macigno che gli rotolò sul capo e lo schiacciò sotto una repentina disperazione.
Ma il peggio che potesse mai capitare era capitato a Leyla e a Um Farid quando il muro era arrivato nel suo strisciare fino allo spiazzo sotto casa loro. I due figli di Um Farid, Murad di 14 e Farid di 15 anni e il figlio di Leyla, Marwan, coetaneo di Murad erano scesi sotto casa a giocare a pallone. Da giorni i ragazzi non andavano a scuola perché era chiusa, o meglio, era chiusa come scuola ma non come punto di avvistamento, dopo che i soldati l’avevano requisita. Era situata in un punto alto che a loro era sembrato strategico, così gli era piaciuta. Ora la scuola non c’era più. Per dispetto ai soldati i ragazzi avevano continuato a studiare per conto loro alcuni giorni, poi avevano posato i libri ed erano scesi a giocare. Lo spiazzo era perfetto per giocare a pallone e ci avevano giocato da sempre. Però prima non c’era il muro. Marwan colpì il pallone con forza e quello volò per aria, Farid gli corse dietro stava per calciarlo quando volò anche un colpo di fucile. Dal muro un cecchino aveva sparato. Murad e Marwan lo videro cadere a terra nel sangue, corsero verso di lui, PAM un altro colpo. Marwan cadde colpito in pieno. Murad si mise a urlare per la disperazione e la paura, un terzo colpo gli strozzò il grido in gola. Alle madri dei tre ragazzi rimasero solo gli occhi per piangere, ma non tanto vicino al muro. Perché al contrario di quell’altro muro del pianto, questo nelle fenditure non aveva bigliettini di preghiere, ma mitragliatrici e cecchini, perciò conveniva piangere a distanza.


Hourrìa guarda dalla finestra il cemento grigio del muro,
-Come fa a reggersi che è così alto?- domanda.
-Ha l’anima di ferro- spiega suo padre.
Una volta guardando fuori dalla finestra vedeva il campo della sua famiglia, ulivi, alberi da frutta, d’estate fiammate di papaveri e tanti uccelli. Adesso vede solo un vuoto grigiore, è tutto il suo orizzonte. Hourrìa è immobilizzata sulla sedia a rotelle. Un giorno era nel campo a giocare con i suoi cuginetti, che ora sono rimasti dall’altra parte, è partito un colpo di obice dalla collina dove c’è l’insediamento, ha distrutto un angolo della casa e le schegge hanno colpito lei da tutte le parti, è un miracolo che sia viva, però non può più camminare, una vera beffa per una che si chiama Hourrìa: libertà. Prima che il muro mangiasse il campo venivano a volte i cuginetti a giocare con lei qualche gioco che si poteva fare da fermi, ora non più. Halas. Finito. Anche di notte mentre lei dormiva tra un brutto sogno e l’altro, il muro che è una vorace anaconda ha continuato a strisciare, fare giri e circonvoluzioni e a divorare tutto ciò che ha trovato di allegro, di bello, di colorato lungo il suo cammino e ha stritolato terra acqua e persone nutrendosi delle lacrime degli innocenti.

venerdì 12 ottobre 2007

Museo della tolleranza

MUSEO DELLA TOLLERANZA




Malgrado le numerose proteste, perfino da parte di parlamentari del Likud, la costruzione del museo della tolleranza, sull'antico cimitero mussulmano di Gerusalemme era stata ormai decisa. Gli operai lavoravano alacremente continuando a dissotterrare gli scheletri, tra quei mucchi d'ossa chissà, forse vi erano i resti degli amici di Maometto. Il cimitero risaliva a mille anni fa. Alcune famiglie palestinesi avevano perfino avviato una battaglia legale per interrompere i lavori. Anche associazioni islamiche avevano protestato presso la corte suprema israeliana, ma nulla era servito a fermare lo scempio. Il museo fu costruito e i lavori ultimati nel più completo silenzio. Venne così il giorno dell'inaugurazione.
Un pubblico numeroso e composito affollò ben presto la grande sala. Quando finirono fruscii, chiacchiericcio e spostamenti di sedie e tutti si furono accomodati, comparve la personalità incaricata di pronunciare il discorso. C'erano anche il rappresentante dell'Autorità israeliana per le antichità e un famoso archeologo. Ma prima che l'oratore dicesse una sola parola accadde qualcosa di strano. Un lungo corteo di strani personaggi stava avanzando nella sala. Erano avvolti in una specie di lenzuolo decrepito. Non facevano rumore camminando, al pari di corpi senza peso. Per qualche minuto il silenzio fu totale. Poi, lentamente uno di loro si staccò dal gruppo e avanzò fino al palco, il pubblico assisteva col cuore sospeso.
-Chi è quest'uomo? Come è entrato qui?-
Tuonò l'aspirante oratore. Un poliziotto si avvicinò all'intruso e cercò di afferrarlo e buttarlo fuori, ma costui lo ignorò e si avvicinò di più rivolgendosi ai tre sul palco
-Come potete parlare di tolleranza voi che ci avete cacciati dalle nostre case e ora volete cacciarci anche dai nostri cimiteri…-
-Vuoi vedere che è una manifestazione politica?- Suggerì il giovane Oren all'orecchio della sua ragazza
-A me sembra di più una manifestazione di Purim- rispose questa mentre le sfuggiva un risolino divertito. Le tre personalità sul palco erano inviperite, arrivarono altri poliziotti di rinforzo e circondarono l'intruso, uno di loro disse minaccioso
-Fuori i documenti!- l'uomo rispose
-Non mi fate più paura con i vostri documenti, non ne ho bisogno, questa è casa mia.-
Ora non lo è più, ora è casa nostra- rispose l'archeologo.
Avete cacciato via la nostra gente ed ora volete cancellarne anche la memoria!- Accusò l'arabo, i tre ora lo avevano così vicino che potevano sentire l'odore della terra smossa.
Ma chi diavolo è?- Chiese il politico che doveva parlare. Nel pubblico cominciava a sopravvenire un certo malessere, un disagio ancora senza nome.
Dev'essere uno di quei morti che abbiamo sloggiato- rispose l'archeologo.
Siete fastidiosi anche da morti- sbraitò il portavoce dell'autorità israeliana per le antichità.
In Israele ci sono antichità dappertutto, se non costruissimo su vecchi cimiteri, non potremmo mai costruire-
Allora perché non costruite sui vostri?-
Nel pubblico serpeggiava ora una certa paura. Era chiaro che quegli uomini erano dei sovversivi pericolosi. Per di più mentre andava avanti il battibecco, altri ne erano arrivati, tutti abbigliati nello stesso modo e già erano in numero superiore alla gente del pubblico.
Io me ne vado- disse Yael alla sua amica Rivka che guardava il palco con la bocca aperta per lo stupore -Me ne vado, non mi piace, vedrai che hanno una bomba-
Di cosa ti lamenti?- Stava dicendo adesso il sindaco che era giunto nel frattempo
E' tutto regolare. La municipalità di Gerusalemme ha comprato il cimitero dal custode della proprietà degli assenti-
Noi non siamo assenti. Noi siamo qui da secoli, con quale diritto vendete e comprate il nostro luogo di riposo?-
La lunga processione intanto aveva avuto termine e i morti si erano seduti per terra come se volessero fare un sit-in.
Chi è questo matto?- Chiese il sindaco. L'archeologo gli disse piano all'orecchio
Non si preoccupi, è solo un morto-
Avete costruito un museo della tolleranza sopra le nostre ossa, come quando parlate di democrazia mentre torturate…-
Il sindaco stava perdendo la pazienza
So bene che non potete capire la tolleranza voi che siete un popolo di terroristi!- Disse la parola -terroristi- quasi gridando e con un tale accento che un brivido di paura attraversò il pubblico già in parte decimato.
Siete voi che vivete prigionieri nella gabbia del vostro odio, noi vogliamo solo riposare in pace-
Riposerete, riposerete- aggiunse il politico -i resti non li abbiamo buttati, li porteremo da un'altra parte dove saranno seppelliti-
-Non vi accontentate di cacciare le persone, volete deportare anche le ossa…-
-Tu non capisci- riprese il sindaco -tu non capisci l'importanza della cosa. Il museo è stato costruito per il centro Wiesenthal ed ha un alto valore etico. Ma di cosa sto a parlare con te…- e fece un gesto spazientito.
Ma è veramente morta tutta quella gente lì seduta?- Chiese con una certa apprensione la piccola Ilana a sua madre
Ma no- rispose questa, ma anche lei cominciava a spaventarsi -ma no, è una performance, non vedi?-
-Adesso basta! E' troppo! Morti o non morti ve ne dovete andare. Non si è mai visto un branco di straccioni tanto molesti!-
-Non possiamo. Questa è la nostra casa per sempre-.
Il sindaco telefonò con il suo cellulare, mentre qualcuno avvertiva nel microfono che il discorso di inaugurazione era rimandato, ma il pubblico, a parte qualche coraggioso o qualche curioso di vedere come finiva la faccenda, si era già defilato. Il portavoce dei morti si era frattanto seduto con gli altri.
-E' inutile parlare con loro, Amhed- disse uno dei morti mettendogli affettuosamente la mano sulla spalla. In pochi minuti la sala del museo fu piena di poliziotti che si buttarono sugli uomini seduti per sbatterli fuori, ma costoro non reagirono nemmeno alle manganellate, come se fossero acqua fresca e quando cercarono di afferrarli e trascinarli fuori di peso essi gli scivolavano di mano come anguille.
-Insomma, sparate!- Tuonò il sindaco. La polizia sparò e le pareti furono crivellate di colpi mentre il sit-in continuava in silenzio, imperterrito.
-Non si è mai vista una cosa del genere!- Gridò un ufficiale, ci vorrebbero delle granate-
-Ebbene prendetele, che aspettate!- Gridò il politico. Ormai erano così inveleniti che non potevano più fermarsi se non quando quei morti fossero stati definitivamente distrutti. Il sindaco aveva chiamato l'esercito il quale aveva provveduto a circoscrivere il museo dichiarandolo zona militare e a sloggiare tutti i curiosi.
-Non possono sfuggirci- dichiarò un ufficiale.
-Uccideteli tutti!- Gridò il sindaco rosso in faccia
-Non ci aveva detto che erano morti?-
-Morti o vivi, distruggeteli!-
L'esercito sparò all'interno con la mitragliatrice e poi con il cannone, dopo un po’ uno dei morti si fece alla soglia protestando
-Quando finirete di disturbare il nostro riposo?-
Le pareti del museo, che era costato 150 milioni di dollari, erano piene di buchi grandi come finestre, l'ufficiale disse
Non riusciremo mai ad aver ragione di loro con questi mezzi, ci vorrebbe il fuoco!-
Incendiarono l'edificio del museo e tra le fiamme attraverso i buchi aperti dalle palle di cannone poterono vedere il gruppo dei morti seduti in cerchio che meditavano o pregavano con un massabeh tra le mani.
-Non abbiamo altra scelta- disse l'ufficiale ordinando al soldato nell'elicottero di sganciare una bomba di una tonnellata sull'edificio.
-Non può esserci rimasto nulla là sotto, signor sindaco- disse l'ufficiale al primo cittadino che ora guardava allibito e smarrito le macerie del museo della tolleranza.
Più tardi vennero le ruspe e le macerie furono portate via, per un po’ non si parlò più del museo della tolleranza, chi aveva ancora voglia di costruire qualcosa su quella terra stregata?
-Finalmente un po’ di pace- disse Saleh all'amico Amhed.
-Già,- rispose costui, -ma dove diavolo saranno finite le mie ossa?-

venerdì 5 ottobre 2007

TRAPIANTO



Nell'ospedale Hadassa a Gerusalemme ovest Jawad stava morendo davanti alla disperata impotenza di sua madre Abir cui le lacrime avevano solcato il viso fino a lasciarle due righe scure sulla faccia impietrita. Il suo volto era pallido ed esangue sotto i folti riccioli neri. La coscienza lo aveva abbandonato, ma non aveva l'aria di uno che dorma, piuttosto di un annegato che avesse sbattuto più volte la faccia contro gli scogli e in tal modo si fosse procurato i lividi che gli scurivano il sopracciglio e la tempia. Gli occhi li aveva chiusi, ma non del tutto, sotto le scure frange della ciglia brillava un morto luccichio. Sapeva molto bene Abir qual'era stata la natura del mare in tempesta che si era abbattuto sulla giovane vita di Jawad. Il ragazzo era stato colpito dai soldati israeliani che avevano fatto una delle loro solite incursioni. Stava uscendo dalla scuola assieme agli altri studenti quando i proiettili avevano cominciato a fischiare attorno a loro. Era fuggito, ma uno di quei soldati lo aveva bloccato e colpito con il fucile facendolo sanguinare. Jawad era rimasto confuso dalle botte e in quel momento un altro gli aveva sparato. Abir aveva ricevuto perfino le scuse dell'esercito per quell' "incidente". Le avevano fatto il favore di ricoverare suo figlio nell'ospedale israeliano dal momento che quello di Gerusalemme est non era attrezzato per l'operazione di cui aveva bisogno. L'operazione però era stata inutile. E' sempre più facile distruggere che sanare.
In un'altra stanza dell'ospedale un'altra madre contemplava il volto pallido di suo figlio abbandonato sul cuscino. Il suo cuore non era più in grado di fare il lavoro cui era destinato e a meno di non trovarne un altro in buone condizioni per operare un trapianto a breve sarebbe certamente morto.
Morì prima Jawad benchè il suo cuore lo avrebbe servito bene, senza quelle pallottole, per il resto della vita.
Il medico parlava ora a sua madre Abir in un'accogliente stanzetta appartata. Le stava dicendo, con ogni riguardo possibile, che sarebbe stato un gesto generoso da parte sua acconsentire a donare il cuore di suo figlio ormai sulla via del non ritorno, che quel gesto avrebbe permesso ad un'altra persona di continuare a vivere. C'era giusto un altro giovane che sarebbe morto certamente e la cui vita dipendeva dalla sua decisione. Abir pensò al giovane soldato che aveva colpito Jawad e poi all'altro che lo aveva ucciso. Per un momento i suoi occhi si strinsero e la mascella s'irrigidì. Avrebbe dovuto permettere di vivere a un tizio affinchè uccidesse altri ragazzi palestinesi di modo che altre madri ne avrebbero avuto l'anima straziata come lei? Tacque per un lungo istante e il suo viso era impenetrabile. Il medico aspettò. Una rabbia sorda montava nel cuore di Abir, tuttavia anche il dono la tentava. Nei giorni trascorsi al capezzale di Jawad assistendo alla sua dolorosa agonia, aveva incrociato gli occhi tristi e la faccia abbattuta dell'altra madre, le sue spalle curve sotto il peso della sua disgrazia. Pensò che se avesse rifiutato si sarebbe comportata come loro. Non voleva usare quel momentaneo potere per provocare altra morte. Accettò. Subito dopo il medico uscì rientrando poi nella stanza con la madre israeliana che voleva ringraziarla. Abir si strinse nel soprabito, si tirò più avanti l'ijiab e uscì di fretta senza rispondere.
Fu così che Abner si ritrovò un cuore nuovo di zecca grazie al quale la falce della morte si allontanò da lui. Benchè avesse il nome di un generale, il ragazzo era sempre stato quanto di più lontano si possa immaginare da ogni idea di militarismo e di battaglie. Non solo nel fisico era gracile e deboluccio, ma anche l'indole aveva pigra e pacifica. Tuttavia non si sognava nemmeno di contravvenire a ciò che gli altri consideravano e lui stesso considerava il proprio dovere di cittadino. Ora poi, che aveva quel cuore perfetto, non ce n'era proprio ragione. Abner aveva 17 anni compiuti e non mancava molto tempo quindi alla messa in pratica di quel dovere. Si prese parecchie soddisfazioni ora che aveva ritrovato la salute. Andò a ballare in un locale di Tel Aviv e si divertì per buona parte della notte, dichiarò il suo amore a una compagna di scuola che non rispose né si né no, ma rise in un modo civettuolo e incoraggiante, sfidò a una gara di velocità un antipatico che lo aveva sempre lasciato indietro senza curarsi del suo cuore malato che gli impediva ogni sforzo. Gli sembrava di essere nato da capo, perché solo ora poteva finalmente vivere. Un giorno mentre passeggiava nella città vecchia di Gerusalemme, vide arrivare procedendo a una certa velocità una jeep militare. La jeep si fermò a pochi passi da lui e ne scesero dei soldati armati di tutto punto, nulla di straordinario. Gli parve che costoro venissero verso di lui e a un tratto il suo cuore cominciò a battere come un forsennato. Abner non capiva cosa lo spaventasse tanto. Perché si rese conto di avere paura, una paura che penetrava fredda in ogni fibra, non riuscì a dominarsi, a rimanere fermo, prima che il soldato lo raggiungesse, e probabilmente sorpassasse, scattò e prese a correre come un disperato. Si rifugiò in un portone, si gettò a sedere su un gradino prendendosi la testa tra le mani. Era affannato e gli mancava il respiro. Ora non aveva più paura e non riusciva a spiegarsi il perché di quella reazione. Pensò di avere approfittato troppo della sua nuova forza. In fondo era ancora convalescente e sia a livello fisico che emozionale ancora fragile. Parlò di questo turbamento ai suoi genitori e poi al suo medico. Fu deciso che Abner si sarebbe preso un periodo di riposo in una città di mare dove avrebbe potuto trascorrere la sua convalescenza. Partì per Eilat abbastanza contento. Trascorse i giorni passeggiando e frequentando gli ottimi ristoranti della città, visitò la torre sottomarina dove dai finestroni un'incredibile varietà di pesci lo scrutavano curiosi nella meravigliosa efflorescenza del mar Rosso, rimase incantato ad osservare le enormi testuggini marine strigliate per bene con una spazzola da due giovani, si tuffò in mare di giorno e passeggiò di sera senza mai più provare lo sgomento e la paura che lo avevano assalito a Gerusalemme.
Era partito all'inizio della primavera, alla fine dell'estate tornò a casa contentissimo con la testa piena di ricordi piacevoli, di nuovi amici e nuove avventure, con una sensazione di leggerezza incredibile. Ci pensò sua madre a fargli toccare di nuovo terra pesantemente. Era arrivato l'avviso per i colloqui preliminari al servizio di leva. A questi colloqui si sentì a disagio tanto che sedeva sulla punta della sedia per essere pronto a scappare. La faccia dell'ufficiale gli parve ambigua e temibile, come se nascondesse una minaccia, un pericolo, un tranello. Quando finalmente uscì all'aperto gli sembrò di poter respirare di nuovo liberamente.
Abner cominciò il servizio di leva con il cuore traboccante di angoscia e di oscuri presagi, due tre volte fu sul punto di progettare una fuga, una ribellione all'ineluttabile, ma poi ci ragionò sopra e si disse che erano tutte sciocchezze, strane sciocchezze ereditate assieme al cuore nuovo. Non aveva motivo per non compiere ciò che riteneva il suo dovere di buon cittadino, ma di nuovo l'imprevedibile lo aspettava al varco.
Nella città vecchia, la parte araba di Gerusalemme, un collega stava strapazzando una donna. Era una anziana contadina che cercava di vendere un paio di sporte di pomodori. Il soldato aveva preso a calci le cassette facendo rotolare i pomodori sulla strada poi afferrata la donna per un braccio l'aveva cacciata via con disprezzo. In quel momento un'altra donna più giovane, si era precipitata indignata sul soldato coprendolo di insulti. Abner era abbastanza vicino per vederla in volto, vide i grandi occhi neri pieni di luce cui la rabbia dava ancora più splendore, vide il volto pallido di una bellezza struggente. Il suo cuore si gonfiò di strani sentimenti che andavano dalla tenerezza alla nostalgia, alla devozione. Il soldato stava per colpirla quando Abner con uno scatto fulmineo afferrò il suo braccio per fermarlo. Litigò stancamente con costui e intanto la donna si era allontanata. Sconvolto Abner fece a piedi quasi correndo tutta Gerusalemme est, ma la donna era sparita. Il turbamento montava nella mente del giovane soldato. Quella donna…aveva un bel viso, ma quando mai si era messo a scrutare il viso delle donne palestinesi sotto l'ijiab? Per lui come per la maggior parte degli israeliani erano tutte uguali. E c'era un'altra cosa strana, quella bellissima donna non era certo una sua coetanea, forse avrebbe potuto essere sua madre. A questo pensiero il cuore gli si strinse con infinita pena e capì che aveva un desiderio intenso e struggente di abbracciarla. Con gli occhi colmi di lacrime scrutò la strada in tutte le direzioni pregando di rivederla.
A causa del suo strano comportamento l'esercito elargì ad Abner una licenza di alcuni giorni per malattia. Ora si trovava di nuovo a casa e ne provava un moderato sollievo. Quella notte faticò a prendere sonno e si rigirò svariate volte tra le lenzuola sbuffando. Quel cuore nuovo se da una parte gli permetteva cose impensabili prima, dall'altra cominciava a sentirlo come un corpo estraneo. Era un enigma, un mistero, qualcosa di sconosciuto in lui. Gli doveva un'intensità di emozioni che non avrebbe creduto potessero esistere, ma non tutte erano piacevoli. Che voleva quel cuore tanto spesso in disaccordo con la propria mente? Cominciava a fargli paura.
Si era appena addormentato quando un rumore di passi che si avvicinavano lo svegliò di colpo. In casa c'erano solo lui e sua madre, suo padre era via per faccende sue. Quello però non era il passo svelto e leggero di sua madre. Si tirò su nel letto, si mise in ascolto. I passi pesanti, lenti, cadenzati si avvicinavano. Abner fissava il buco nero della porta. Poi silenzio. C'era una figura immobile sulla soglia. Nella stanza era buio, ma dalla finestra chiusa filtrava un piccolo raggio di luce proveniente dalla luna piena che fuori illuminava a giorno con la sua lattescenza. Quando gli occhi gli si furono abituati alla scarsa luce della stanza Abner vide che il volto di colui che si era fermato nel vano della porta era livido e pesto. Fissandolo con tutte le forze si avvide che gli occhi erano spenti e dalle palpebre aperte a metà si vedeva solo il lucore dell'occhio che si stagliava nel buio. Non pensò neppure per un momento di cercare un corpo contundente con cui potersi difendere, era lampante che la creatura penetrata nella sua stanza non era viva. Si drizzò meglio a sedere nel letto e con la voce tremante domandò:
-Chi sei, che cosa vuoi?-
Alla sua domanda l'altro avanzò di qualche passo nella stanza, era ormai quasi accanto al suo letto e Abner adesso ci vedeva benissimo perciò scorse molto chiaramente il petto dello sventurato squarciato da un buco molto preciso e dentro quel buco, là dove doveva esserci il cuore, non c'era nulla.
-Sono venuto a riprendermi il cuore-
Rispose una voce che sembrava venire dalle profondità di una caverna, Abner sudava freddo. Aveva paura, ma anche un'immensa compassione. Il morto riprese a parlare:
- Non vi è bastato uccidermi, dovevate anche strapparmi il cuore?-
La sua voce adesso, pur sembrando sempre venire da posti cavernosi e profondi, era più chiara, più somigliante a quella che doveva aver avuto da vivo, una voce di ragazzo. Abner notò che non sembrava provenire dalla figura pesta e livida che vedeva.
-Non posso dartelo, vivo per mezzo di questo cuore, dartelo significa morire per me-
-Perché dovrebbe importarmi?-
-Ma a te non serve! Non è importante per te, dove sei adesso, avere o non avere il cuore!-
- Lo dici tu che non è importante. Io sono stato violato nella vita e nella morte. Il cuore che anela l'abbraccio di mia madre tu lo hai portato nel carro armato, il cuore che aspira ad annusare i profumi della salvia e del rosmarino alla finestra della mia casa tu lo hai portato al ceck-point, il mio cuore che amava la poesia e le canzoni della Palestina tu lo hai piegato alla vostra retorica…-
Mentre l'infelice ragazzo parlava Abner aveva sempre meno paura e sempre più pena. Era chiaro che egli non aveva il potere di riprendere ciò che era suo, quello che era stato era stato. Ma come lo sentiva ingiusto, crudele!
Quello che restava di Jawad era davanti agli occhi pieni di lacrime di Abner che forse per l'appannamento della vista dovuta al pianto ebbe l'impressione di vederlo come era stato da vivo. Ma poi, dopo un battito di ciglia allo splendido ragazzo si sostituì di nuovo il livido cadavere col petto squarciato. Ora stava voltandosi per uscire, per tornare ai vermi e alla terra, Abner lo richiamò indietro con un grido.
-Aspetta! Non posso ridarti la vita che ti è stata tolta, nemmeno rendendoti il cuore, ma posso prometterti che non vedrà mai più né armi, nè violenza, che tornerà a casa per abbracciare tua madre, che aspirerà solo i profumi di questa terra e mai mai l'odore dello zolfo e del fuoco!-
Abner si accorse che c'era la luce accesa, sua madre gli stava asciugando la faccia bagnata di lacrime e non riusciva a smettere di singhiozzare. La pena però si stemperava in una specie di sollievo, si sentiva il cuore liberato. Il giorno dopo in caserma arrivò una dichiarazione in cui Abner affermava di non poter più servire l'esercito per problemi di coscienza e anche …di cuore.

domenica 9 settembre 2007

DANNY E NIDAL

Danny e Nidal non si sono mai incontrati, ma sapevano tutto l’uno dell’altro. Erano i miei più cari amici. Vivevano ad una distanza minima l’uno dall’altro, minima ma incalcolabile, una distanza che non si è potuta mai colmare nel corso della loro vita.
-Un giorno ci incontreremo e vivremo insieme in modo normale- diceva Danny
-allora mi farai conoscere Nidal e andremo tutti e tre ad Haifa a fare il bagno-.
Intanto avanzava il muro, guardavamo con preoccupazione crescente le acrobazie che tutti i giorni dovevano fare i bambini per scalarlo o passare tra gli stretti varchi per poter andare a scuola, Nidal e io.
-Come sta Danny?- chiedeva Nidal mentre il suo sguardo verso il cielo cercava la mitragliatrice collocata sul muro che sparava automaticamente, cioè senza il cecchino, ogni volta che la fotocellula sentiva qualcosa di vivo muoversi, fosse pure un asino o un gatto. Sotto gli occhi vuoti della morte che tecnologicamente incombeva su di noi, parlavamo delle nostre vite e delle diverse difficoltà che ognuno di noi affrontava. Avevo conosciuto Danny alcuni anni prima quando incuriosita e affascinata dalla realtà del kibbuz avevo scelto di andarci a vivere per un po’ dividendo il lavoro e la quotidianità con i suoi abitanti. Avevo letto “I figli del sogno” il libro di Bruno Bettelheim che racconta dell’educazione dei bambini, di come vivevano tra loro in gruppi di uguali, senza i condizionamenti degli adulti.
-Non è mica più come una volta- diceva Danny –adesso i kibbuzim si stanno trasformando, lo stile di vita socialista viene meno e si avviano a diventare industrie.-
Se ne andò l’anno dopo per andare a vivere a Tel Aviv. Finita la sessione di esami tornai in Israele e lo incontrai in un locale frequentato da giovani della sinistra pacifista ed arabi israeliani.
-Lascia stare il kibbuz- disse –vieni a casa mia, vivo con altre quattro persone, sono sicuro che i miei amici ti piaceranno.- Lo accontentai. Restai con loro tutta l’estate, due dei ragazzi che abitavano con Danny erano gay, gli altri due una coppia. Era gente simpatica, parlavano tutti inglese perciò non avemmo problemi di comunicazione. L’ebraico non sono mai riuscita a parlarlo. L’anno dopo sarebbe dovuto venire lui da me a Roma, ma prima dell’estate si ammalò. Le notizie sulla sua malattia erano vaghe, non aveva un’idea precisa di cosa veramente avesse, ma si sentiva a pezzi. Quell’anno partii comunque, ma non per andare a Tel Aviv. Avevo cominciato a prendere coscienza di quanto fosse grave e insostenibile la situazione dei palestinesi e lo strano è che determinante per questo salto di qualità non era stato l’ambiente di sinistra che frequentavo a Roma, molto sensibilizzato sull’argomento, ciò che fu veramente determinante fu l’affetto grande e profondo che avevo per Danny. Scattò in me a causa sua quel qualcosa che permette di passare dalla teoria alla pratica, quella scintilla di passione, quella decisione presa col cuore oltre che con la mente. I palestinesi per me erano diventate persone vive e non solo un popolo in lotta per la propria libertà. Persone con occhi di ragazze e ragazzi come Danny che avevano tutti un futuro incerto e pieno di dolore, anche se, in diversi gradi e forme. Vidi con i miei occhi e sentii sulla mia pelle l’umiliazione dei ceck-point, vidi da vicino l’immane violenza fatta al territorio, bulldozer dappertutto, campi distrutti, villaggi rasi al suolo, cantieri ovunque deturpavano la faccia del paesaggio, le cui colline ferite da strade di aggiramento che collegavano gli insediamenti a Israele subivano lo strappo dai loro fianchi di aranceti e ulivi, perché gli alberi non collaborassero con la resistenza impedendo una maggiore visibilità e non permettendo che tutto fosse sotto controllo anche da lontano. Ne parlai con Danny che andai a trovare prima di tornare a Roma.
-Perché tanto accanimento contro la terra? Perché tanta determinazione a imbruttire, a stravolgere a umiliare un paesaggio che era stato bello?-
Danny mi guardò con un espressione di indicibile tristezza.
-C’é anche l’inquinamento prodotto dalle fabbriche che i coloni costruiscono lì per non incorrere nelle leggi a protezione dell’ambiente che in Israele sono severe e c’è il furto dell’acqua-.
Gli chiesi che cosa pensasse del mio impegno di interposizione nei territori.
-Fai una cosa bellissima- mi disse
- E sei anche coraggiosa-. Gli avevo raccontato che a un ceck point ero rimasta bloccata nove ore in mezzo alla gente senza poter andare né avanti né indietro e che in un'altra occasione mentre proteggevamo gli operai del comune che riparavano i danni fatti dai tanks dei soldati che il giorno prima erano entrati sparando all’impazzata mi avevano sparato intorno per un bel po’.
-I palestinesi riparano tutto immediatamente- disse Danny sorridendo
-Credo che lo facciano per rimettere a posto prima che gli venga la depressione-. Avevo notato anch’io questo rifiuto di scoraggiarsi, di darsi per vinti. Avevo appena conosciuto Nidal e lui più di chiunque altro mi dava questa impressione.
-Il mio amico Nidal mi fa sempre pensare a quello slogan delle lotte operaie “resisteremo un minuto più del padrone” dissi a Danny.
Nidal faceva parte dell’organizzazione che aveva accolto il nostro gruppo all’arrivo nei territori. Gli avevano distrutto la casa tre volte e lui tre volte l’aveva ricostruita. Sebbene avesse la nostra età, 24 anni, era già sposato e aveva due bambini. Danny aveva voluto che gli parlassi di lui. Nidal era laureato in lettere, la letteratura era la cosa che gli piaceva di più al mondo. Per tanto tempo aveva desiderato viaggiare e conoscere gente diversa, ma uscire dai territori non è facile.
-Siamo persone senza diritti- diceva –siamo non persone, mica possiamo andare e venire come ci pare, come fanno gli altri!-
-Come ha fatto- chiedeva Danny –a laurearsi, sposarsi e diventare padre così presto? La vita gli corre dietro come il vento? –
-Forse è la morte che gli corre dietro- dissi pensando ai soldati sulle torrette, alle strade distrutte, ai palazzi bombardati e al paesaggio violentato. Anch’io ero rimasta stupita della velocità con cui Nidal aveva tessuto la trama del suo destino, gli avevo detto:
-Quando penso a te mi sento una cretina con tutti gli esami che ho ancora da fare!- Nidal mi aveva risposto tranquillo:
-Tu hai tutto il tempo, tu puoi aspettare a finire gli studi, e poi adesso stai facendo qualcosa che ti arricchisce come essere umano. Il mio tempo non è come il tuo-.
- Si, il tempo nei territori occupati non era lo stesso che altrove. Lì si impiegavano due ore per fare un percorso di 2o minuti, lì si usciva per andare a lezione e si rimaneva tutto il giorno al ceck point, oppure si usciva dal lavoro e non si poteva tornare a casa perché il ceck point era chiuso… non mi era venuto in mente che proprio quello spreco di ore, di vita, rendesse poi necessario fare tutto più in fretta. Più tardi capii quanto gli studenti palestinesi prendessero sul serio lo studio. Nidal aveva studiato con accanimento, a lume di candela, battendo i denti dal freddo, come se ne andasse della sua vita, nella casa mezzo distrutta e i carri armati per strada. A dispetto della chiusura forzata delle scuole, della difficoltà di arrivare all’università, del coprifuoco e dei bombardamenti.
-Quando andavo all’università i professori concordavano con gli studenti programmi di studi intensissimi perché prevedevano che l’università poteva rimanere chiusa per mesi e mesi e noi non volevamo perdere gli anni- mi disse.
Nidal mi aveva fatto conoscere la letteratura palestinese, in particolare Gassan Kanafani, uno scrittore ucciso a 37 anni dal Mossad in un attentato. Avevo letto due volte “Uomini sotto il sole” e altri suoi racconti tradotti dall’arabo.
-E’ incredibile- dissi a Danny –lo spreco di ingegno, di bellezza che avviene tutti i giorni.- Di questo scrittore mi avevano colpito l’abilità narrativa e la profonda umanità, chissà che capolavori avrebbe scritto se non avessero spento la sua vita, chissà cosa ci avrebbe ancora lasciato!-
Da Tel Aviv ero partita con una strana sensazione. Una cosa latente che non avevo avuto il tempo di approfondire presa com’ero da tante emozioni. Avevo passato quasi due mesi in Cisgiordania e Gaza e solo gli ultimi due giorni con Danny. Avevo imparato una quantità incredibile di cose, i miei occhi si erano riempiti di colori e detriti, di ferite e di speranza, di abbracci strette di mano atti coraggiosi, avevo conosciuto Nidal e avevo sperato che saremmo stati amici tutta la vita, poi a un tratto il pensiero diventò chiaro e capii cos’era che attraversava tutte quelle esperienze come una linea nera e mi turbava. Danny era stato proprio strano. Triste, silenzioso, mi aveva ascoltava con attenzione, ma aveva parlato poco. Quando avevo nominato “Uomini sotto il sole” poco c’era mancato che piangesse e capii che l’aveva letto. Non mi aveva detto una sola parola sulla sua salute, ora che ci pensavo, e io non avevo domandato perché la mia mente e il mio cuore traboccavano di altre emozioni. Lo chiamai al telefono per sapere.
-Ho l’aids- disse. Quelle due parole diventarono un vortice, un buco nero che ingoiò la materia il tempo e lo spazio Non sapevo come ritornare su come aggrapparmi ai bordi del nulla, come riempire il silenzio. Mentre annaspavo nel vuoto la voce di Danny dall’altra parte del telefono
-Hei ci sei? E’ caduta la linea?-
-Sono qui – dissi.
Tornai qualche mese dopo appena mi fu possibile, perché volevo vederlo. Lo trovai in ospedale. Era pallido e dimagrito, ma stranamente allegro. Mi confortò, mentre io avevo voglia di fuggire lontano, quasi di mettermi a gridare. Come faceva ad essere così sereno?
–Dai, non fare quella faccia- mi aveva detto –ora sto molto meglio!- Mi chiedevo come era stato prima. Non riuscivo a guardarlo in faccia perché vedevo la sua fragilità, la sua precarietà. La pelle del suo viso sembrava trasparente, i suoi occhi lucenti forse di notti febbricitanti forse per le medicine. Non riuscivo ad accettare la sua malattia, non volevo saperne di accogliere quella traumatizzante novità. Forse anche lui aveva lottato contro questa irruzione repentina della morte che si faceva spazio e per questo era così triste quando lo avevo incontrato di ritorno da Ramallah.
-Mi piacerebbe che potesse venire Nidal, solo una volta-
La mia espressione diventò forse ancora più disperata perché Danny aggiunse subito
-Non importa, gli parlerai tu di me, lo farai vero?- domandò mentre mi scostava un ricciolo dagli occhi con un gesto che somigliava a una carezza.
-Tu sei una persona preziosa- disse Danny salutandomi –Sei come un ponte che collega due sponde di un fiume, una preghiera che collega la terra al cielo.-
Prima di tornare a casa passai il ceck point e andai a casa di Nidal. Ero felice di vederlo. Era assieme alla giovane moglie e ai due bellissimi bambini vivaci, ma disciplinati. Leyla aveva preparato dei dolcetti che somigliavano moltissimo ad altri che avevo mangiato l’anno prima a casa di Danny e dei suoi amici, ma non osai chiedere se erano dolci palestinesi o ebraici, certamente mi avrebbe risposto che erano palestinesi.
-Perché sei così triste?- Disse Leyla all’improvviso.-Sono triste?-
-Altrochè- confermò Nidal –E’ tutta la sera che fai finta di niente, ma non ci riesci.- Raccontai loro del mio amico Danny, i sorrisi si spensero e un po’ mi dispiacque di averli tirati dentro la mia tristezza.
-Adesso ci sono delle cure nuove- disse Nidal come per consolarmi
-Vedrai che Danny ce la farà, che diavolo è già così poca la gente per bene mica se ne può andare !-
La sua protesta riuscì a farmi sorridere, lo avrei abbracciato.

Non siamo in Africa dove la gente non può curarsi, qui la medicina e la scienza sono all’avanguardia che credi?-
Disse Danny davanti al mio stupore alla mia successiva visita. Era il ritratto della salute, si era ripreso completamente, anzi, non lo avevo mai visto così bene. Allo stupore iniziale seguì una cauta gioia, subito turbata dal pensiero di cure eccessive che producevano una salute pompata, finta. Benchè Danny avesse un bellissimo aspetto la malattia stava lavorando dentro di lui al servizio della morte. Lui si comportava come se fosse acqua passata e non ne parlava, sembrava tornato quello di sempre. A poco a poco anche i miei sospetti si acquietarono e cominciai a credere ad una progressiva guarigione, Forse era quello che a Danny serviva per continuare a vivere, perché non doveva essere facile arrivare in fondo alle giornate quando la gente lo guardava come un condannato a morte, o spiando sulla sua faccia il cedimento, l’indizio della fine.
Dopo la mia visita restammo in contatto quasi quotidiano con lunghe comunicazioni via email e chiacchierate al telefono. Danny aveva deciso di venire con me nei territori occupati appena ci sarei ritornata.
-E’ ora che faccia qualcosa di concreto anziché parlare soltanto- aveva detto
-finchè sono in tempo-
-che significa finchè sono in tempo?- domandai allarmata
-tranquilla, significa che c’è un tempo per ogni cosa e che può passare il momento giusto per un’azione anche se resti vivo-. Mi pentii del mio tono allarmato, non gli facevo del bene permettendo alla mia ansia di uscire allo scoperto.
-Voglio anche conoscere Nidal- aggiunse.
Successivamente raccontandolo a Nidal avrei visto i suoi occhi diventare lucidi e avrei sentito quasi fisicamente l’ondata di tristezza che passava da me a lui e poi da lui a me.
-Anch’io avrei voluto conoscerlo disse.
Con Danny avevamo concordato tutto, sarei andata prima da lui, poi mi sarei messa in contatto con Nidal e saremmo partiti insieme per Tulkarem. Il giorno prima di partire mentre mettevo frettolosamente assieme i pochi bagagli squillò il telefono. Lì per lì non riconobbi la voce di Noam al telefono. Noam era uno dei giovani che vivevano con Danny. Quando lo capii fui presa dal panico perché temetti brutte notizie. “Ecco” pensai “ecco che si è aggravato un’altra volta, lo sapevo che non era così facile guarire.”
-Cosa stai dicendo? Dead? Che vuol dire? Ci siamo sentiti ieri hai voglia di scherzare?- No, non poteva essere. All’improvviso non capivo più l’inglese, le parole di Noam cascavano nel mio orecchio come un grappolo di incomprensibili suoni. La mia capacità di recepire si congelò, poi una sferzata di tristezza che non mi abbandonò fino al momento della partenza e mi rese molto stanca. Perché partii come avevo programmato e come avevo programmato andai prima a Tel Aviv dove feci appena in tempo a vederlo un’ultima volta, a salutarlo.
A Tulkarem c’era stata un’incursione si sentivano ancora gli spari, ragazzini di quindici anni giravano con il kalashinkoff in spalla, arrivai a casa di Nidal al colmo dell’angoscia. Dopo poco ricominciarono a bombardare vicinissimo a noi. C’era la sorella più giovane di Leyla che piangeva per la paura, avevo paura anch’io, Leyla si sforzava di distrarre i bambini. Non mi era mai capitato di stare sotto un bombardamento, è una cosa sconvolgente. Mi sforzavo di rimanere calma, ma guardandomi le mani le vedevo tremare, non mi sentivo più le gambe. Il mio corpo andava per conto suo senza badare a me. A un tratto Nidal disse:
-Adesso basta!-
Spense la televisione che trasmetteva le notizie del telegiornale e mise un disco di musica classica, Leyla fece un caffè aromatizzato e portò dei dolci. Bevevamo il caffè e mangiavamo dolci mentre le bombe cadevano intorno a noi.
“Sono matti questi palestinesi” pensai, però ci sentimmo tutti meglio.
Quando finalmente la finirono vedemmo che c’era una voragine davanti a casa, per un soffio non avevano distrutto la casa di Nidal per la quarta volta e con noi dentro.
Mi domandavo con quale coraggio quei piloti potevano bombardare una città piena di gente con la scusa di colpire dei ricercati che in quel momento non stavano facendo niente. Mi chiedevo come potevano dormire la notte sapendo quello che avevano fatto. Mi ricordai di Danny quando mi aveva detto:
-la società israeliana si è imbarbarita, è cascata in una specie di ottundimento, di delirio.-
Danny si era rifiutato di entrare nell’esercito e per questo era stato molte volte in prigione, -Non hanno più il senso del limite- diceva.
Forse per superare il trauma subito parlammo tanto quella sera, Nidal raccontò di quando era stato ad Ansar 3 il carcere nel cuore del Neghev, in mezzo al deserto. Sapevo che era una specie di lager, ma lui non parlò delle sofferenze patite, quelle erano date per scontate, raccontò di quando avevano organizzato uno spettacolo teatrale: erano andati avanti a recitare fino a che i soldati avevano fatto irruzione e buttato i gas. In quelle condizioni facevano del teatro! Ero rafforzata nella mia convinzione: erano proprio matti. Raccontò di quei giovani che venivano da un campo profughi di Gaza, Brazil, che non erano mai andati a scuola e che nel carcere impararono a leggere e scrivere, impararono la storia, o di quando avevano fatto crescere delle piantine verdi per illuminare il deserto. Li avevano portati lì per abbatterli moralmente e loro avevano fatto fiorire il deserto! Nel carcere c’erano medici, professori universitari, ingegneri, chi sapeva qualcosa la insegnava agli altri, tutti imparavano l’ebraico e l’inglese, anche Nidal aveva migliorato il suo ebraico. La gente di Gaza e della Cisgiordania normalmente non può incontrarsi, ma lì nel carcere c’erano prigionieri tanto di Gaza che della Cisgiordania, trasformavano quella che doveva essere nell’intento degli israeliani una situazione di estremo abbattimento e depressione in un’occasione per scambiarsi notizie, idee, di discussione e dibattito politico. Ad Ansar1 nel sud del Libano Salah Tamari aveva scritto questa canzone:
“…Fate il filo spinato più spesso e i muri più alti
E portate nella tenda il resto della mia famiglia e i miei amici
O crocefiggete sotto il sole ardente un ragazzo
O date la morte a un vecchio uomo
Ma Ansar canterà sempre per l’alba
Potete impedire al sole di alzarsi?
L’alba è mia, il sole è mio, la terra è mia.”
Ancora una volta rimanevo stupita e ammirata dall’ostinazione a vivere di questo popolo che srotolava il suo quotidiano sotto il tiro dei cecchini, senza perdere mai la dignità. Leyla era preoccupata e angosciata per i bambini:
-Hanno visto troppe tragedie e ne vedranno ancora, come potranno crescere? Una volta molti di noi sarebbero vissuti volentieri in pace con loro, ma è sempre più difficile pronunciare parole di riconciliazione-
-Con gli accordi di Oslo ci eravamo fatti delle illusioni- disse Nidal, -ma la verità è che non dobbiamo aspettarci molto dall’alto, è la società civile che deve inventare percorsi alternativi, altrimenti la pace non verrà mai anche se i leaders dovessero, per miracolo, trovare un accordo domani. Dentro di noi non sarebbero strappate le radici dell’odio. Dobbiamo educarci alla pace proprio mentre cadono le bombe.-
Caro Nidal, come faceva ad avere questa forza? Il suo non era un discorso retorico, le bombe erano appena cadute.
Danny diceva che la società israeliana era in stato di psicosi avanzato e che sopravviveva rinchiudendosi su se stessa, lui pensava che bisognava far saltare questa difesa questo muro di indifferenza raccontando la verità.
-Certo- disse Nidal –abbiamo degli interlocutori, dobbiamo fare ciò che possiamo insieme perché i nostri figli abbiano un futuro migliore e non affoghino nell’odio-. Avevo nominato Danny ed ecco che lui era improvvisamente presente tra noi. Per un istante allucinato mi parve di vedere il suo sorriso, che strano, guardando Nidal notai che gettava uno sguardo nello stesso punto dove era comparso per un secondo il viso sorridente di Danny. Per il guizzo di un istante eravamo stati davvero insieme tutti e tre.
Porterò sempre con me la tristezza di Danny e il coraggio di Nidal come doni molto preziosi. Spesso nei miei sogni ci incontriamo tutti e tre percorriamo il paese in macchina da Rafah a Tulkarem da Tel Aviv a Eilat e andiamo a fare il bagno a Haifa. Se l’odio è contagioso anche la fiducia, l’amore, l’amicizia sono contagiosi, forse se corriamo molto velocemente con tutta la forza che abbiamo, forse ce la facciamo ad arrivare un momento prima della catastrofe. Nidal mi ha detto, l’ultima volta che gli ho telefonato, del progetto che sta portando avanti con altri palestinesi e israeliani: organizzano incontri tra bambini delle due parti, i bambini scrivono, con l’aiuto di due redattori adulti uno palestinese e uno israeliano, un giornale bilingue. Hanno una sede ad Haifa ed una a Tulkarem, spesso i due gruppi di bambini si incontrano e stanno insieme per un breve periodo. Leyla, mi ha detto, mentre lui era al telefono con me stava aiutando i bambini a preparare i pacchetti dei regali per i loro amichetti israeliani che dovevano arrivare quel pomeriggio, se li facevano passare al ceck point. Organizzare questi incontri era sempre una scommessa, frutto di trattative infinite e stressanti e a volte era anche pericoloso, ma non avevano nessuna intenzione di farsi scoraggiare, né intimidire. Durante uno di questi incontri un bambino israeliano gli ha detto che se i soldati cercheranno di distruggergli la casa un’altra volta, lo aiuterà lui a difende

Da "Pace non è solo assenza di guerra, ma dove la vita fiorisce"
Marea, 2004 AAVV

sabato 4 agosto 2007

Chi non ha radice
a cui l’anima radicare
lo sguardo volge
nell’interno abisso.


Vede il centro
solo chi è al margine
e sconsolato cammina
sull’orlo del vuoto.


Altrove volterebbe
la faccia
ma sottrarsi non può
all’oscuro privilegio
di veggenza.


Galoppo di sogni
nella mia notturna mente.
Sono l’urlo e il sorriso.
Soffro la desolazione
del mondo, che mi percorre,
e di me in esso,
impotente.

venerdì 3 agosto 2007