martedì 5 aprile 2011

L'assassinio di Juliano Mer Khamis

La notizia della morte di Juliano mi ha colpito come un cazzotto allo stomaco.
Non volevo crederci e speravo in un errore, speravo di aver capito male, ma non
era così purtroppo. Un enorme sentimento di tristezza e di rabbia mi ha invaso.
Non ho mai incontrato Juliano fisicamente, ma per me è come se fosse stato
assassinato un mio parente, un fratello.
La prima volta che ho sentito parlare di lui è stato un lontano pomeriggio del
2002 durante una riunione di ECO da Alì Rashid che ci aveva raccontato di sua
madre Arna e della sua coraggiosa battaglia per i bambini del campo profughi di
Jenin. Poi era arrivato in internet un testo con due suoi articoli. Parlava
dell'esperienza del primo gruppo teatrale che lui aveva messo in piedi con i
bambini di Jenin, i bambini di Arna, un secondo articolo commemorava la triste
fine di questi ragazzi nel corso della seconda Intifada dove avevano
eroicamente resistito e combattuto ed erano morti. Entrambi gli articoli erano
bellissimi e commoventi, volevo che tutti o per lo meno tanti sapessero di
questa storia piena di tristezza, di speranza di resistenza e così avevo
proposto a una delle mie associazioni "Stelle Cadenti-Artisti per la pace di
pubblicare i due articoli in un libro con i disegni di Naji Al Ali. Il libro
aveva come titolo una frase di uno degli articoli "A Jenin sognano ancora un
teatro".
Juliano era un simbolo, una bandiera, un esempio di come si possa costruire un
percorso di solidarietà, di pace attraverso rapporti umani profondi, attraverso
l'arte. Era una persona bella di dentro e di fuori, la sua semplice immagine,
anche vista solo in filmati come l'indimenticabile "Arna'children" o in foto
comunicava tutta la ricchezza e la bellezza di una vita spesa per l'amore, la
giustizia, la solidarietà. Sono confusa, triste e arrabbiata e mi riesce
difficile sull'onda dell'emozione esprimere tutto quello che vorrei. Certamente
gli ignobili assassini hanno capito quanta forza c'è nell'arte, nella cultura,
nei rapporti diretti e profondi. Ma non s'illudano queste carogne di cancellare
o vanificare la sua opera. Juliano resterà sempre nei nostri cuori, ma altri
continueranno ciò che lui ha cominciato e questo atto criminale può solo
rafforzare in tutti noi l'impegno a lottare per la pace, la giustizia,
l'umanità.

venerdì 1 aprile 2011

UN PO’ DI MENZOGNE SULLA GUERRA DI LIBIA Si dice che la prima vittima della guerra sia la verità. Le operazioni militari in Libia e la risoluzione 197

UN PO’ DI MENZOGNE SULLA GUERRA DI LIBIA
Si dice che la prima vittima della guerra sia la verità. Le operazioni militari in Libia e la risoluzione 1973 che ad esse fornisce base giuridica non fanno eccezione a questa regola.

DI THIERRY MEYSSAN *

Roma, 31 marzo 2011, Nena News – Per fornire un’immagine a fosche tinte, la stampa atlantista ha fatto credere che le centinaia di migliaia di persone in fuga dalla Libia stiano tentando di sfuggire a una strage. Le agenzie di stampa hanno evocato migliaia di morti e parlato di “crimini contro l’umanità”. La Risoluzione 1973 ha messo in guardia il Tribunale penale internazionale contro possibili “attacchi sistematici o generalizzati diretti contro i civili”.

In realtà, il conflitto libico può essere letto sia in termini politici che in termini tribali. I lavoratori immigrati sono stati le prime vittime. Essi sono stati brutalmente costretti ad andarsene. Gli scontri tra lealisti e ribelli sono stati realmente sanguinosi, ma non nelle proporzioni propagandate. Non vi è mai stata alcuna repressione sistematica contro i civili.

Sostenere la “primavera araba”

Durante il suo discorso al Consiglio di Sicurezza, il ministro francese degli affari esteri Alain Juppé ha tessuto le lodi della “primavera araba” in generale e della rivolta libica in particolare.

Questo discorso lirico cela in realtà intenzioni nefande: Juppé non ha detto neanche una parola sulla sanguinosa repressione in Yemen e in Bahrain, e ha perfino elogiato il re Mohammed VI del Marocco come fosse uno di quei rivoluzionari. Così facendo, ha contribuito a rafforzare l’immagine disastrosa della Francia che si è impressa nell’immaginario del mondo arabo durante la presidenza Sarkozy.

Sostenere l’Unione Africana e la Lega Araba

Fin dall’inizio delle operazioni, Francia, Regno Unito e Stati Uniti non hanno mai smesso di affermare che questa non è una guerra occidentale (anche se il Ministro degli Interni francese, Claude Guéant, ha parlato di una “crociata” di Nicolas Sarkozy). A sostegno di ciò, adducono il sostegno di cui la coalizione godrebbe da parte dell’Unione Africana e della Lega Araba. In realtà, l’Unione Africana ha sì condannato la repressione e ha affermato la legittimità delle rivendicazioni democratiche, ma si è sempre opposta ad un intervento militare straniero. Per quanto riguarda la Lega Araba, essa riunisce essenzialmente regimi che sono minacciati da rivoluzioni analoghe. Essi hanno sostenuto la contro-rivoluzione occidentale – alcuni vi hanno anche preso parte in Bahrain -, ma non possono appoggiare apertamente una guerra occidentale senza accelerare quei movimenti di contestazione interna che minacciano di rovesciarli.

Riconoscimento del Consiglio Nazionale di Transizione Libico

In Libia vi sono tre zone di insorgenza. Un Consiglio Nazionale di Transizione Libico è stato costituito a Bengasi. Esso si è fuso con un preesistente governo provvisorio istituito dall’ex Ministro della Giustizia di Gheddafi, passato dalla parte degli insorti. E’ proprio lui il personaggio che, secondo le autorità bulgare, avrebbe organizzato la tortura delle infermiere bulgare e del medico palestinese detenuti a lungo dal regime.

Riconoscendo questo CNTL e sdoganando il suo nuovo presidente, la coalizione si è scelta degli interlocutori e li ha poi imposti come leader agli insorti. Ciò ha permesso loro di estromettere i rivoluzionari nasseriani, comunisti o khomeinisti.

Si trattava di prendere l’iniziativa e di evitare quello che è successo in Tunisia ed Egitto, quando gli occidentali hanno imposto un governo senza Ben Ali, o un governo Suleiman senza Mubarak, che poi i rivoluzionari hanno nuovamente rovesciato.

Embargo sulle armi

Se l’obiettivo fosse stato quello di proteggere le popolazioni civili, l’embargo avrebbe dovuto essere istituito contro i mercenari e le armi destinati al regime di Gheddafi. Invece, l’embargo è stato esteso agli insorti in modo da impedire una loro possibile vittoria. L’obiettivo era in realtà quello di fermare la rivoluzione.

No Fly Zone

Se l’obiettivo fosse stato quello di proteggere i civili, la no-fly-zone avrebbe dovuto essere limitata al territorio degli insorti (come è stato fatto con il Kurdistan in Iraq). Invece è stato proibito il sorvolo in tutto il paese. In questo modo, la Coalizione spera di congelare l’equilibrio delle forze sul terreno e di dividere il paese in quattro (le tre aree ribelli e l’area lealista). Questa partizione de facto della Libia deve essere considerata in prospettiva, insieme a quelle del Sudan e della Costa d’Avorio, come una delle prime tappe di un “rimodellamento dell’Africa”.

Congelamento dei beni

Se l’obiettivo fosse stato quello di proteggere le popolazioni civili, solo i beni personali della famiglia Gheddafi e dei dignitari del regime avrebbero dovuto essere bloccati per impedire loro di aggirare l’embargo sulle armi. Invece il blocco è stato esteso al patrimonio di tutto lo Stato libico. Ora la Libia, nazione ricca di petrolio, dispone di un tesoro considerevole che ha in parte depositato nel Banco del Sud, un istituto per il finanziamento di progetti di sviluppo nel Terzo Mondo.

Come ha fatto notare il presidente venezuelano Hugo Chavez, questo blocco non mira a proteggere i civili. Esso mira a ripristinare il monopolio della Banca Mondiale e del FMI.

Coalizione dei volonterosi

Se l’obiettivo fosse stato quello di proteggere i civili, la risoluzione 1973 avrebbe dovuto essere attuata dalle Nazioni Unite. Invece, le operazioni militari sono state coordinate dalla US Africom e dovrebbero ora passare nelle mani della NATO. E’ per questo motivo che il ministro turco degli Affari Esteri, Ahmet Davutoglu, si è detto indignato per l’iniziativa francese e ha richiesto spiegazioni alla NATO.

In modo più brusco, il Primo Ministro russo Vladimir Putin ha affermato che la risoluzione è “imperfetta e inadeguata. Leggendola, risulta chiaro che essa permette a chiunque di agire contro uno Stato sovrano. Nel complesso, mi ricorda una chiamata medievale alla crociata”, ha concluso.

*Analista politico francese, fondatore e presidente del Rete Voltaire e dell’asse della conferenza Axis for Peace.

giovedì 31 marzo 2011

Disintossicarsi dall’ interventismo *

Se si dovessero trasformare in un azione concreta i discorsi di un intervento in Libia, questa sarebbe illegale, immorale e ipocrita.

di Richard Falk

Ciò che a prima vista sorprende nella richiesta bi-partisan fatta a Washington di una no-fly zone e di attacchi aerei designati ad aiutare le forze ribelli in Libia, è l’assenza di qualsiasi preoccupazione per l’importanza della legge internazionale o dell’autorità delle Nazioni Unite.



Nessuno che abbia una qualche autorità si prende la pena di elaborare qualche tipo di razionalizzazione legale. I “realisti” al potere le cui parole riecheggiano dai media tradizionali, non sentono alcun bisogno di fornire neanche una foglia di fico legale prima di imbarcarsi in una guerra di aggressione.

Dovrebbe essere ovvio che una no-fly zone nello spazio aereo libico è un atto di guerra, come lo sarebbero, naturalmente attacchi aerei sulle fortificazioni delle forze di Gheddafi già presi in considerazione.

L’obbligo legale fondamentale della carta delle Nazioni Unite richiede che gli stati membri si astengano dall’uso della forza di qualsiasi tipo, a meno che non venga giustificato come auto-difesa dopo un attacco armato al di là del confine oppure avendo un mandato avuto su deliberazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Nessuna di queste due condizioni che autorizzano l’uso legale della forza è neanche lontanamente presente, e tuttavia la discussione sui media e nei circoli politici di Washington va avanti come se gli unici problemi degni di discussione fossero quelli riguardanti la fattibilità, i costi, i rischi, e possibili conseguenze nel mondo arabo.

La mentalità imperiale non è incline a discutere la questione della legalità, e non dimostra neanche un comportamento rispettoso dei vincoli insiti nella legge internazionale.

Casi difficili

Non si potrebbe sostenere che in situazioni di emergenza umanitaria esiste uno “stato di eccezionalità che permette a una coalizione di volenterosi di effettuare un intervento che però non peggiori la situazione? Non è stato questo la spiegazione morale e politica per la guerra della NATO in Kosovo nel 1999 che probabilmente risparmiò alla maggior parte della popolazione albanese che viveva in quel paese un sanguinoso episodio di pulizia etnica per mano degli occupanti serbi assediati?

Come è noto, i casi difficili possono avere brutti precedenti. Perfino i brutti precedenti, però, devono trovare una giustificazione nelle circostanze di una nuova situazione dichiarata di eccezionalità dichiarata o altrimenti ci sarebbe un forte incentivo per l’opinione pubblica pensare che i potenti agiscono come vogliono senza neanche fermarsi a fare una discussione onesta s u come allontanarsi dal normale regime legale di moderazione.

Per quanto riguarda la Libia, dobbiamo tener conto del fatto che il governo di Gheddafi, per quanto ripugnante dal punto di vista dei diritti umani, rimane il rappresentante diplomatico legale di uno stato sovrano, e qualsiasi uso della forza da parte di altri paesi e perfino dall’ONU, ancora meno da parte di un solo stato o da gruppi di stati, costruirebbe in intervento illegale negli affari interni di uno stato sovrano, il che è proibito dall’’Articolo 2 (7) della Carta dell’ONU a meno che non sia stato espressamente autorizzato dal Consiglio di sicurezza come essenziale per il bene della pace e della sicurezza internazionale.

Oltre a ciò, non c’è nessuna assicurazione che una volta intrapreso, l’intervento diminuirebbe le sofferenze del popolo libico o porterebbe al potere un regime più rispettoso dei diritti umani e votato alla partecipazione democratica.

L’archivio degli interventi militari degli ultimi decenni è una lista quasi ininterrotta di fallimenti se si prendono in dovuto conto sia i costi umani che i risultati politici.

Questa esperienza di interventi nel mondo islamico durante gli ultimi 50 anni rende impossibile sostenere il peso della persuasione che sarebbe necessaria per giustificare un intervento contro il regime in Libia in modo eticamente e legalmente persuasivo.

Un problema di credibilità

Ci sono anche preoccupazioni per la credibilità. Come si è ampiamente osservato nelle recenti settimane, gli Stati Uniti da decenni non hanno avuto alcun ripensamento per quanto riguarda l’appoggio ai regimi oppressivi in quelle zone, e c’è molto risentimento nei loro confronti da parte dai vari movimenti anti-regime per questo loro ruolo.

I crimini di Gheddafi contro l’umanità non sono mai stati un segreto e sono certo largamente noti dei servizi segreti di Europa e Stati Uniti. Anche gli intellettuali liberali di grande rilievo, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti hanno accolto volentieri molti inviti a Tripoli in negli scorsi anni, apparentemente senza un barlume di coscienza, hanno accettato compensi per consulenze e hanno scritto senza vergognarsene valutazioni positive che lodavano l’autoritarismo libico che si stava diventando meno rigido.

Forse Joseph Nye, uno dei più importanti tra questi visitatori di buona volontà che sono andati di recente a Tripoli, chiamerebbe questo atteggiamento un uso privato di “potere intraprendente” e loderebbe Gheddafi per aver rinunciato al suo atteggiamento anti-occidentale, per aver fatto affari con il petrolio e le armi, e soprattutto per aver abbandonato quello che alcuni ora dicono fosse un programma fantasma di armi nucleari.

I sapientoni della Beltway (la tangenziale di Washington) insistono durante i talk show che gli “interventisti” dopo aver vacillato quelle zone, vogliono scegliere il lato giusto della storia prima che sia troppo tardi. Ma quello che sembra il lato giusto della storia in Libia appare molto diverso da quello che è considerato giusto in Bahrain o in Giordania e anche in tutto il resto del Medio Oriente. La storia sembra scorrere seguendo le correnti dei fiumi, proprio come fa il petrolio!

Altrove, lo sforzo è inteso a ripristinare la stabilità con minime concessioni alle richieste riformiste, sperando di riuscire ad allontanarsi con un ritocco politico destinato a trasformare gli insorti di ieri nei burocrati di domani.

Mahmoud Mamdani ci ha insegnato a distinguere i “musulmani buoni” dai “musulmani cattivi”, ora ci si insegna a fare distinzione tra “despoti buoni” e “despoti cattivi”.

Secondo questa definizione, soltanto gli elementi favorevoli al regime in Libia e in Iran si qualificano come despoti cattivi, e le loro strutture devono essere almeno scosse se non si possono sfasciare.

Che cosa distingue questi regimi? Non sembra che quello che li distingue sia il loro grado di oppressività più diffuso e grave rispetto a quello osservato in altri casi.. Altre considerazioni danno un’idea più chiara: l’accesso al petrolio e fissarne i prezzi, le vendite di armi, la sicurezza di Israele, il rapporto con l’economia neoliberale mondiale.

Ciò che trovo più inquietante, è che malgrado i fallimenti della teoria e della pratica della controinsurrezione, i guru della politica estera americana continuano a prendere in considerazione l’intervento nelle società post-coloniali senza farsi scrupoli o senza far mostra della minima sensibilità per l’esperienza storica, e senza neanche riconoscere che la resistenza nazionale nel mondo post-coloniale ha neutralizzato costantemente i vantaggi della forza materiale superiore dispiegati dalla potenza che interviene.

Si è soltanto udita un’espressione di preoccupazione sussurrata dal segretario alla difesa Robert Gates, che è relativamente circospetto: “potrebbe non essere prudente in questo momento che gli Stati Uniti intervengano in un’altra nazione islamica.”

Il passato ignorato

E’ sorprende quanto sia ignorata la lezione del Vietnam, dell’Afghanistan, dell’Iraq, sottolineata dalla glorificazione del generale Petraeus che è diventato una celebrità militare dopo che gli si è riconosciuto di aver trovato un nuovo approccio dell’esercito alla controinsurrezione, che, nel gergo del Pentagono significa intervento a favore del regime.

Altre situazioni importanti attuali che illustrino quanto detto sono l’Afghanistan, l’Iraq, e molti altri luoghi in Medio Oriente. Parlando da un punto di vista tecnico, il proposto intervento in Libia non è un esempio di controinsurrezione, ma è piuttosto un intervento a favore dell’ insurrezione, come lo sono stati anche gli sforzi segreti di destabilizzazione In Iran che continuano ancora.

E’ più facile comprendere la resistenza professionale ad imparare la lezione dei fallimenti passati da parte dei comandanti militari, fa parte della loro vita quotidiana, ma i civili che fanno politica non meritano neanche la minima comprensione.

Tra i più ardenti sostenitori dell’intervento in Libia ci sono: l’ultimo candidato repubblicano alla presidenza, John McCain, Joe Liebermann, apparentemente indipendente, e il democratico e pro-Obama John Kerry.

Sembra che a molti dei repubblicani che si siano concentrati sul deficit sebbene i tagli alla spesa pubblica puniscano i poveri in un periodo di disoccupazione diffusa e di sfratti dalle case, non importerebbe pagare innumerevoli miliardi per finanziare azioni militari in Libia.

Esiste una preoccupante prontezza a buttare soldi e armi per un conflitto oltremare, apparentemente per dimostrare che le geopolitica imperiale non è ancora morta malgrado le prove sempre più numerose del declino americano.

Infine, suppongo che dobbiamo sperare che quelle voci imperiali più caute che basano la loro opposizione all’intervento sulle preoccupazioni per la sua fattibilità, vincano la loro battaglia!

Ciò che qui voglio soprattutto denigrare nel dibattito sulla Libia sono i tre tipi di fallimento delle politiche.

° Il non considerare la legge internazionale e l’ONU argomenti pertinenti nei dibattiti nazionali sugli usi internazionali della forza;

° La mancanza di rispetto per le dinamiche di auto-determinazione nelle società del sud del mondo;

° Il rifiuto di prestare attenzione all’etica e alla politica appropriate a un ordine mondiale post-coloniale che si sta de-occidentalizzando e che sta diventando sempre più multi-polare.

Richard Falk è Professor Emeritus di Legge Internazionale alla cattedra intitolata ad Albert G. Milbank all’Università di Princeton, e Visiting Distinguished Professor di Studi Globali e Internazionali all’Università della California, a Santa Barbara. Ha scritto e curato numerose pubblicazioni nell’arco di 50 anni. Il più recente volume da lui curato è : International Law and the Third World:Reshaping Justice (Routledge, 2008). (La legge internazionale e il terzo mondo: ridisegnare la giustizia. N.d:T.)

Attualmente sta svolgendo il terzo anno di in periodo di sei anni come Relatore Speciale dell’ONU per i diritti umani dei Palestinesi.

* to kick the habit: termine del gergo usato chi assume droghe; sta per disintossicarsi

mercoledì 21 novembre 2007

Il muro del pianto

IL MURO DEL PIANTO

I bambini si voltarono un’ultima volta a salutarla con la mano. Amal li guardava allontanarsi nei loro lindi grembiulini con lo zainetto dei libri sulle spalle. Ogni giorno doveva lottare per superare la sua paura prima di allacciare loro i grembiuli e prepararli per la scuola. Ogni giorno i piccoli Ashraf e Senabel seconda e terza elementare dovevano cercare i varchi nel muro o camminare fino a dove non era del tutto finito e arrampicarsi per poter scendere dall’altra parte dove era rimasta la loro scuola. Il muro era lì come una minaccia, si alzava tra gli abitanti del villaggio e la loro vita. “Ora che i miei bambini devono arrampicarsi tra i calcinacci certamente gli israeliani si sentono più sicuri” pensava Amal. La notte sognava i Pink Floid che cantando “The Wall” a squarciagola facevano crollare il muro tra gli applausi, come quelli di Gerico o di Berlino. Ma il muro era sempre lì e ogni giorno cresceva come una tenia. Abu Salah un abitante del villaggio se lo era trovato addirittura nell’orto di casa. La rapidità con cui avanzava era sconcertante, Abu Salah era uscito nell’orto e l’orto non c’era più. Al posto dei tre ulivi e del melo c’era ora quel blocco grigio attaccato alla sua casa e l’orto dall’altra parte. Ma anche Um Kaled aveva avuto una brutta sorpresa il giorno che aveva deciso di andare a prendere un tè da sua sorella che abitava a pochi metri di distanza. Um Kaled che era soprappensiero vide il muro solo all’ultimo momento. Era una visione surreale e lei rimase indecisa per un attimo perché avrebbe potuto essere anche un’allucinazione alla quale forse poteva passare attraverso. Per fortuna non optò per questa soluzione perché ci avrebbe sbattuto il naso contro, infatti, quella cosa che vedeva nel bel mezzo della strada era proprio un solido e concreto tratto di muro. Um Kaled non ce la fece ad arrabbiarsi, perché se una mattina uno si sveglia, esce di casa e sulla strada che percorre da sempre si è alzato un muro, prima di arrabbiarsi rimane interdetto per un bel po’ e mentre cerca di raccapezzarsi il muro si alza da qualche altra parte della sua giornata, della sua vita. Il marito di Amal aveva una teoria.
–Sai- le disse -che il muro occidentale del tempio dove gli ebrei pregano e mettono bigliettini nelle fenditure, è chiamato muro del pianto? Gli ebrei hanno deciso di non piangere da soli e per questo ci hanno costruito questo muro che a ragione può essere chiamato del pianto-.
E lacrime e sangue erano già impastate nel cemento e nella terra sotto il muro. C’erano stati dei sit-in di protesta, i ragazzi avevano dipinto dei murales sul cemento grigio, colombe dalle grandi ali e slogan contro l’occupazione. I sit-in erano finiti con una preghiera collettiva e mentre tutti tendevano verso il cielo le mani disarmate con le palme aperte i soldati avevano sparato falciando otto vite.
Quella notte Amr non aveva chiuso occhio. Si era rigirato nel letto tutto il tempo pensando a suo padre. Voleva andare a studiare all’estero. Non era possibile andare avanti così! Un giorno l’università era chiusa, un giorno non gli facevano passare il ceck point, un giorno rompevano la strada e un altro bombardavano con i missili. Amr faceva sul serio, voleva andare avanti e aveva una vita sola, non poteva aspettare che gli permettessero di viverla lì, questo aveva detto a suo padre, mentre il vecchio (non era poi tanto vecchio ma lo sembrava per i giorni accumulati di fatica e di dolore) lo guardava con una strana espressione negli occhi lacrimosi, Amr avrebbe potuto definirla di incredulità, di paura, di abbandono. “Potresti non riuscire a tornare” aveva detto “potremmo non vederci più, non dobbiamo dividerci”. Amr aveva preso una stanza in affitto vicino all’università per evitare il ceck point. Basta. Aveva deciso. Sarebbe andato da suo padre per rassicurarlo, d’accordo, non se ne sarebbe andato, si sarebbe laureato lì, inshallah, a Bir Zeit. La decisione presa gli fece sentire la giornata più leggera compresa l’attesa al ceck point. Si era tolto un peso dal cuore che premeva di più ogni volta che ricordava lo sguardo di suo padre, ora sulla sua vecchia faccia sarebbe tornato il sorriso. Questo pensiero faceva sorridere anche Amr che andava verso il villaggio finché sulla strada di casa non si stagliò il muro. Amr strizzò gli occhi come uno che voglia vederci meglio. Forse era un appannamento della vista. Macché, era un muro. Un muro in mezzo al villaggio? A chi spiegare che doveva correre a casa? Non c’era nessuno in cima a parte le mitragliatrici che sparavano quando la fotocellula avvertiva una presenza. Amr era bloccato lì e suo padre dall’altra parte, con i suoi occhi lacrimosi che non sorridevano più che non avrebbero sorriso.
Non è che non si potesse proprio passare da una parte all’altra del muro che attraversava il villaggio, che lo tagliava in due: bisognava chiedere un permesso all’esercito per uscire dal lato dove ci si trovava, aspettare che venisse accordato e poi per tornare indietro chiedere un altro permesso. Nessuno però poteva prevedere se quando e come il permesso sarebbe stato accordato. In genere dipendeva dall’umore del graduato di turno, dalla situazione generale e dalla voglia che aveva l’IDF di divertirsi.
Mentre Amr non sorrideva più pensando a suo padre, il suo coetaneo Hakim camminava poco lontano con un sorriso ispirato stampato sulla faccia. Si sentiva leggero e allegro e poco ci mancava che si sollevasse da terra in volo sul villaggio come un personaggio di Chagal. La bella Aysha gli aveva sorriso. Che importava il grigiore della sua vita, le umiliazioni al ceck point ogni giorno, che importava la tenebra che invadeva a macchia d’olio ogni angolo del suo quotidiano. Una gioia lieve come una nuvola gli apriva il cuore a ogni possibile speranza mentre si avviava verso la casa di Aysha. Incontrò Hamza, il suo vicino, che gridava improperi al cielo.
-Che ti succede amico?- gorgheggiò sulla faccia accigliata dell’uomo.
-Il mio somaro!- gridò Hamza.
-Che è successo al tuo somaro?-
-E’ rimasto di là, dall’altra parte- gridò il vicino indicando davanti a se.
-E’ cresciuto così in fretta che il mio somaro non ha fatto in tempo a passare, è anziano poveretto non può mica mettersi a correre!-
-Ma che cavolo dici Hamza, di che stai parlando?-
Intanto che discutevano avevano continuato a camminare e in quel momento si trovavano già di fronte al muro.
-Di quello sto parlando-
gridò Hamza indignato scuotendo il braccio
-del muro!- Hakim tacque all’improvviso e rimase di gesso perché il sorriso di Aysha era rimasto di là dal muro. Tutta la sua speranza e la sua gioia diventarono d’un tratto un macigno che gli rotolò sul capo e lo schiacciò sotto una repentina disperazione.
Ma il peggio che potesse mai capitare era capitato a Leyla e a Um Farid quando il muro era arrivato nel suo strisciare fino allo spiazzo sotto casa loro. I due figli di Um Farid, Murad di 14 e Farid di 15 anni e il figlio di Leyla, Marwan, coetaneo di Murad erano scesi sotto casa a giocare a pallone. Da giorni i ragazzi non andavano a scuola perché era chiusa, o meglio, era chiusa come scuola ma non come punto di avvistamento, dopo che i soldati l’avevano requisita. Era situata in un punto alto che a loro era sembrato strategico, così gli era piaciuta. Ora la scuola non c’era più. Per dispetto ai soldati i ragazzi avevano continuato a studiare per conto loro alcuni giorni, poi avevano posato i libri ed erano scesi a giocare. Lo spiazzo era perfetto per giocare a pallone e ci avevano giocato da sempre. Però prima non c’era il muro. Marwan colpì il pallone con forza e quello volò per aria, Farid gli corse dietro stava per calciarlo quando volò anche un colpo di fucile. Dal muro un cecchino aveva sparato. Murad e Marwan lo videro cadere a terra nel sangue, corsero verso di lui, PAM un altro colpo. Marwan cadde colpito in pieno. Murad si mise a urlare per la disperazione e la paura, un terzo colpo gli strozzò il grido in gola. Alle madri dei tre ragazzi rimasero solo gli occhi per piangere, ma non tanto vicino al muro. Perché al contrario di quell’altro muro del pianto, questo nelle fenditure non aveva bigliettini di preghiere, ma mitragliatrici e cecchini, perciò conveniva piangere a distanza.


Hourrìa guarda dalla finestra il cemento grigio del muro,
-Come fa a reggersi che è così alto?- domanda.
-Ha l’anima di ferro- spiega suo padre.
Una volta guardando fuori dalla finestra vedeva il campo della sua famiglia, ulivi, alberi da frutta, d’estate fiammate di papaveri e tanti uccelli. Adesso vede solo un vuoto grigiore, è tutto il suo orizzonte. Hourrìa è immobilizzata sulla sedia a rotelle. Un giorno era nel campo a giocare con i suoi cuginetti, che ora sono rimasti dall’altra parte, è partito un colpo di obice dalla collina dove c’è l’insediamento, ha distrutto un angolo della casa e le schegge hanno colpito lei da tutte le parti, è un miracolo che sia viva, però non può più camminare, una vera beffa per una che si chiama Hourrìa: libertà. Prima che il muro mangiasse il campo venivano a volte i cuginetti a giocare con lei qualche gioco che si poteva fare da fermi, ora non più. Halas. Finito. Anche di notte mentre lei dormiva tra un brutto sogno e l’altro, il muro che è una vorace anaconda ha continuato a strisciare, fare giri e circonvoluzioni e a divorare tutto ciò che ha trovato di allegro, di bello, di colorato lungo il suo cammino e ha stritolato terra acqua e persone nutrendosi delle lacrime degli innocenti.

venerdì 12 ottobre 2007

Museo della tolleranza

MUSEO DELLA TOLLERANZA




Malgrado le numerose proteste, perfino da parte di parlamentari del Likud, la costruzione del museo della tolleranza, sull'antico cimitero mussulmano di Gerusalemme era stata ormai decisa. Gli operai lavoravano alacremente continuando a dissotterrare gli scheletri, tra quei mucchi d'ossa chissà, forse vi erano i resti degli amici di Maometto. Il cimitero risaliva a mille anni fa. Alcune famiglie palestinesi avevano perfino avviato una battaglia legale per interrompere i lavori. Anche associazioni islamiche avevano protestato presso la corte suprema israeliana, ma nulla era servito a fermare lo scempio. Il museo fu costruito e i lavori ultimati nel più completo silenzio. Venne così il giorno dell'inaugurazione.
Un pubblico numeroso e composito affollò ben presto la grande sala. Quando finirono fruscii, chiacchiericcio e spostamenti di sedie e tutti si furono accomodati, comparve la personalità incaricata di pronunciare il discorso. C'erano anche il rappresentante dell'Autorità israeliana per le antichità e un famoso archeologo. Ma prima che l'oratore dicesse una sola parola accadde qualcosa di strano. Un lungo corteo di strani personaggi stava avanzando nella sala. Erano avvolti in una specie di lenzuolo decrepito. Non facevano rumore camminando, al pari di corpi senza peso. Per qualche minuto il silenzio fu totale. Poi, lentamente uno di loro si staccò dal gruppo e avanzò fino al palco, il pubblico assisteva col cuore sospeso.
-Chi è quest'uomo? Come è entrato qui?-
Tuonò l'aspirante oratore. Un poliziotto si avvicinò all'intruso e cercò di afferrarlo e buttarlo fuori, ma costui lo ignorò e si avvicinò di più rivolgendosi ai tre sul palco
-Come potete parlare di tolleranza voi che ci avete cacciati dalle nostre case e ora volete cacciarci anche dai nostri cimiteri…-
-Vuoi vedere che è una manifestazione politica?- Suggerì il giovane Oren all'orecchio della sua ragazza
-A me sembra di più una manifestazione di Purim- rispose questa mentre le sfuggiva un risolino divertito. Le tre personalità sul palco erano inviperite, arrivarono altri poliziotti di rinforzo e circondarono l'intruso, uno di loro disse minaccioso
-Fuori i documenti!- l'uomo rispose
-Non mi fate più paura con i vostri documenti, non ne ho bisogno, questa è casa mia.-
Ora non lo è più, ora è casa nostra- rispose l'archeologo.
Avete cacciato via la nostra gente ed ora volete cancellarne anche la memoria!- Accusò l'arabo, i tre ora lo avevano così vicino che potevano sentire l'odore della terra smossa.
Ma chi diavolo è?- Chiese il politico che doveva parlare. Nel pubblico cominciava a sopravvenire un certo malessere, un disagio ancora senza nome.
Dev'essere uno di quei morti che abbiamo sloggiato- rispose l'archeologo.
Siete fastidiosi anche da morti- sbraitò il portavoce dell'autorità israeliana per le antichità.
In Israele ci sono antichità dappertutto, se non costruissimo su vecchi cimiteri, non potremmo mai costruire-
Allora perché non costruite sui vostri?-
Nel pubblico serpeggiava ora una certa paura. Era chiaro che quegli uomini erano dei sovversivi pericolosi. Per di più mentre andava avanti il battibecco, altri ne erano arrivati, tutti abbigliati nello stesso modo e già erano in numero superiore alla gente del pubblico.
Io me ne vado- disse Yael alla sua amica Rivka che guardava il palco con la bocca aperta per lo stupore -Me ne vado, non mi piace, vedrai che hanno una bomba-
Di cosa ti lamenti?- Stava dicendo adesso il sindaco che era giunto nel frattempo
E' tutto regolare. La municipalità di Gerusalemme ha comprato il cimitero dal custode della proprietà degli assenti-
Noi non siamo assenti. Noi siamo qui da secoli, con quale diritto vendete e comprate il nostro luogo di riposo?-
La lunga processione intanto aveva avuto termine e i morti si erano seduti per terra come se volessero fare un sit-in.
Chi è questo matto?- Chiese il sindaco. L'archeologo gli disse piano all'orecchio
Non si preoccupi, è solo un morto-
Avete costruito un museo della tolleranza sopra le nostre ossa, come quando parlate di democrazia mentre torturate…-
Il sindaco stava perdendo la pazienza
So bene che non potete capire la tolleranza voi che siete un popolo di terroristi!- Disse la parola -terroristi- quasi gridando e con un tale accento che un brivido di paura attraversò il pubblico già in parte decimato.
Siete voi che vivete prigionieri nella gabbia del vostro odio, noi vogliamo solo riposare in pace-
Riposerete, riposerete- aggiunse il politico -i resti non li abbiamo buttati, li porteremo da un'altra parte dove saranno seppelliti-
-Non vi accontentate di cacciare le persone, volete deportare anche le ossa…-
-Tu non capisci- riprese il sindaco -tu non capisci l'importanza della cosa. Il museo è stato costruito per il centro Wiesenthal ed ha un alto valore etico. Ma di cosa sto a parlare con te…- e fece un gesto spazientito.
Ma è veramente morta tutta quella gente lì seduta?- Chiese con una certa apprensione la piccola Ilana a sua madre
Ma no- rispose questa, ma anche lei cominciava a spaventarsi -ma no, è una performance, non vedi?-
-Adesso basta! E' troppo! Morti o non morti ve ne dovete andare. Non si è mai visto un branco di straccioni tanto molesti!-
-Non possiamo. Questa è la nostra casa per sempre-.
Il sindaco telefonò con il suo cellulare, mentre qualcuno avvertiva nel microfono che il discorso di inaugurazione era rimandato, ma il pubblico, a parte qualche coraggioso o qualche curioso di vedere come finiva la faccenda, si era già defilato. Il portavoce dei morti si era frattanto seduto con gli altri.
-E' inutile parlare con loro, Amhed- disse uno dei morti mettendogli affettuosamente la mano sulla spalla. In pochi minuti la sala del museo fu piena di poliziotti che si buttarono sugli uomini seduti per sbatterli fuori, ma costoro non reagirono nemmeno alle manganellate, come se fossero acqua fresca e quando cercarono di afferrarli e trascinarli fuori di peso essi gli scivolavano di mano come anguille.
-Insomma, sparate!- Tuonò il sindaco. La polizia sparò e le pareti furono crivellate di colpi mentre il sit-in continuava in silenzio, imperterrito.
-Non si è mai vista una cosa del genere!- Gridò un ufficiale, ci vorrebbero delle granate-
-Ebbene prendetele, che aspettate!- Gridò il politico. Ormai erano così inveleniti che non potevano più fermarsi se non quando quei morti fossero stati definitivamente distrutti. Il sindaco aveva chiamato l'esercito il quale aveva provveduto a circoscrivere il museo dichiarandolo zona militare e a sloggiare tutti i curiosi.
-Non possono sfuggirci- dichiarò un ufficiale.
-Uccideteli tutti!- Gridò il sindaco rosso in faccia
-Non ci aveva detto che erano morti?-
-Morti o vivi, distruggeteli!-
L'esercito sparò all'interno con la mitragliatrice e poi con il cannone, dopo un po’ uno dei morti si fece alla soglia protestando
-Quando finirete di disturbare il nostro riposo?-
Le pareti del museo, che era costato 150 milioni di dollari, erano piene di buchi grandi come finestre, l'ufficiale disse
Non riusciremo mai ad aver ragione di loro con questi mezzi, ci vorrebbe il fuoco!-
Incendiarono l'edificio del museo e tra le fiamme attraverso i buchi aperti dalle palle di cannone poterono vedere il gruppo dei morti seduti in cerchio che meditavano o pregavano con un massabeh tra le mani.
-Non abbiamo altra scelta- disse l'ufficiale ordinando al soldato nell'elicottero di sganciare una bomba di una tonnellata sull'edificio.
-Non può esserci rimasto nulla là sotto, signor sindaco- disse l'ufficiale al primo cittadino che ora guardava allibito e smarrito le macerie del museo della tolleranza.
Più tardi vennero le ruspe e le macerie furono portate via, per un po’ non si parlò più del museo della tolleranza, chi aveva ancora voglia di costruire qualcosa su quella terra stregata?
-Finalmente un po’ di pace- disse Saleh all'amico Amhed.
-Già,- rispose costui, -ma dove diavolo saranno finite le mie ossa?-

venerdì 5 ottobre 2007

TRAPIANTO



Nell'ospedale Hadassa a Gerusalemme ovest Jawad stava morendo davanti alla disperata impotenza di sua madre Abir cui le lacrime avevano solcato il viso fino a lasciarle due righe scure sulla faccia impietrita. Il suo volto era pallido ed esangue sotto i folti riccioli neri. La coscienza lo aveva abbandonato, ma non aveva l'aria di uno che dorma, piuttosto di un annegato che avesse sbattuto più volte la faccia contro gli scogli e in tal modo si fosse procurato i lividi che gli scurivano il sopracciglio e la tempia. Gli occhi li aveva chiusi, ma non del tutto, sotto le scure frange della ciglia brillava un morto luccichio. Sapeva molto bene Abir qual'era stata la natura del mare in tempesta che si era abbattuto sulla giovane vita di Jawad. Il ragazzo era stato colpito dai soldati israeliani che avevano fatto una delle loro solite incursioni. Stava uscendo dalla scuola assieme agli altri studenti quando i proiettili avevano cominciato a fischiare attorno a loro. Era fuggito, ma uno di quei soldati lo aveva bloccato e colpito con il fucile facendolo sanguinare. Jawad era rimasto confuso dalle botte e in quel momento un altro gli aveva sparato. Abir aveva ricevuto perfino le scuse dell'esercito per quell' "incidente". Le avevano fatto il favore di ricoverare suo figlio nell'ospedale israeliano dal momento che quello di Gerusalemme est non era attrezzato per l'operazione di cui aveva bisogno. L'operazione però era stata inutile. E' sempre più facile distruggere che sanare.
In un'altra stanza dell'ospedale un'altra madre contemplava il volto pallido di suo figlio abbandonato sul cuscino. Il suo cuore non era più in grado di fare il lavoro cui era destinato e a meno di non trovarne un altro in buone condizioni per operare un trapianto a breve sarebbe certamente morto.
Morì prima Jawad benchè il suo cuore lo avrebbe servito bene, senza quelle pallottole, per il resto della vita.
Il medico parlava ora a sua madre Abir in un'accogliente stanzetta appartata. Le stava dicendo, con ogni riguardo possibile, che sarebbe stato un gesto generoso da parte sua acconsentire a donare il cuore di suo figlio ormai sulla via del non ritorno, che quel gesto avrebbe permesso ad un'altra persona di continuare a vivere. C'era giusto un altro giovane che sarebbe morto certamente e la cui vita dipendeva dalla sua decisione. Abir pensò al giovane soldato che aveva colpito Jawad e poi all'altro che lo aveva ucciso. Per un momento i suoi occhi si strinsero e la mascella s'irrigidì. Avrebbe dovuto permettere di vivere a un tizio affinchè uccidesse altri ragazzi palestinesi di modo che altre madri ne avrebbero avuto l'anima straziata come lei? Tacque per un lungo istante e il suo viso era impenetrabile. Il medico aspettò. Una rabbia sorda montava nel cuore di Abir, tuttavia anche il dono la tentava. Nei giorni trascorsi al capezzale di Jawad assistendo alla sua dolorosa agonia, aveva incrociato gli occhi tristi e la faccia abbattuta dell'altra madre, le sue spalle curve sotto il peso della sua disgrazia. Pensò che se avesse rifiutato si sarebbe comportata come loro. Non voleva usare quel momentaneo potere per provocare altra morte. Accettò. Subito dopo il medico uscì rientrando poi nella stanza con la madre israeliana che voleva ringraziarla. Abir si strinse nel soprabito, si tirò più avanti l'ijiab e uscì di fretta senza rispondere.
Fu così che Abner si ritrovò un cuore nuovo di zecca grazie al quale la falce della morte si allontanò da lui. Benchè avesse il nome di un generale, il ragazzo era sempre stato quanto di più lontano si possa immaginare da ogni idea di militarismo e di battaglie. Non solo nel fisico era gracile e deboluccio, ma anche l'indole aveva pigra e pacifica. Tuttavia non si sognava nemmeno di contravvenire a ciò che gli altri consideravano e lui stesso considerava il proprio dovere di cittadino. Ora poi, che aveva quel cuore perfetto, non ce n'era proprio ragione. Abner aveva 17 anni compiuti e non mancava molto tempo quindi alla messa in pratica di quel dovere. Si prese parecchie soddisfazioni ora che aveva ritrovato la salute. Andò a ballare in un locale di Tel Aviv e si divertì per buona parte della notte, dichiarò il suo amore a una compagna di scuola che non rispose né si né no, ma rise in un modo civettuolo e incoraggiante, sfidò a una gara di velocità un antipatico che lo aveva sempre lasciato indietro senza curarsi del suo cuore malato che gli impediva ogni sforzo. Gli sembrava di essere nato da capo, perché solo ora poteva finalmente vivere. Un giorno mentre passeggiava nella città vecchia di Gerusalemme, vide arrivare procedendo a una certa velocità una jeep militare. La jeep si fermò a pochi passi da lui e ne scesero dei soldati armati di tutto punto, nulla di straordinario. Gli parve che costoro venissero verso di lui e a un tratto il suo cuore cominciò a battere come un forsennato. Abner non capiva cosa lo spaventasse tanto. Perché si rese conto di avere paura, una paura che penetrava fredda in ogni fibra, non riuscì a dominarsi, a rimanere fermo, prima che il soldato lo raggiungesse, e probabilmente sorpassasse, scattò e prese a correre come un disperato. Si rifugiò in un portone, si gettò a sedere su un gradino prendendosi la testa tra le mani. Era affannato e gli mancava il respiro. Ora non aveva più paura e non riusciva a spiegarsi il perché di quella reazione. Pensò di avere approfittato troppo della sua nuova forza. In fondo era ancora convalescente e sia a livello fisico che emozionale ancora fragile. Parlò di questo turbamento ai suoi genitori e poi al suo medico. Fu deciso che Abner si sarebbe preso un periodo di riposo in una città di mare dove avrebbe potuto trascorrere la sua convalescenza. Partì per Eilat abbastanza contento. Trascorse i giorni passeggiando e frequentando gli ottimi ristoranti della città, visitò la torre sottomarina dove dai finestroni un'incredibile varietà di pesci lo scrutavano curiosi nella meravigliosa efflorescenza del mar Rosso, rimase incantato ad osservare le enormi testuggini marine strigliate per bene con una spazzola da due giovani, si tuffò in mare di giorno e passeggiò di sera senza mai più provare lo sgomento e la paura che lo avevano assalito a Gerusalemme.
Era partito all'inizio della primavera, alla fine dell'estate tornò a casa contentissimo con la testa piena di ricordi piacevoli, di nuovi amici e nuove avventure, con una sensazione di leggerezza incredibile. Ci pensò sua madre a fargli toccare di nuovo terra pesantemente. Era arrivato l'avviso per i colloqui preliminari al servizio di leva. A questi colloqui si sentì a disagio tanto che sedeva sulla punta della sedia per essere pronto a scappare. La faccia dell'ufficiale gli parve ambigua e temibile, come se nascondesse una minaccia, un pericolo, un tranello. Quando finalmente uscì all'aperto gli sembrò di poter respirare di nuovo liberamente.
Abner cominciò il servizio di leva con il cuore traboccante di angoscia e di oscuri presagi, due tre volte fu sul punto di progettare una fuga, una ribellione all'ineluttabile, ma poi ci ragionò sopra e si disse che erano tutte sciocchezze, strane sciocchezze ereditate assieme al cuore nuovo. Non aveva motivo per non compiere ciò che riteneva il suo dovere di buon cittadino, ma di nuovo l'imprevedibile lo aspettava al varco.
Nella città vecchia, la parte araba di Gerusalemme, un collega stava strapazzando una donna. Era una anziana contadina che cercava di vendere un paio di sporte di pomodori. Il soldato aveva preso a calci le cassette facendo rotolare i pomodori sulla strada poi afferrata la donna per un braccio l'aveva cacciata via con disprezzo. In quel momento un'altra donna più giovane, si era precipitata indignata sul soldato coprendolo di insulti. Abner era abbastanza vicino per vederla in volto, vide i grandi occhi neri pieni di luce cui la rabbia dava ancora più splendore, vide il volto pallido di una bellezza struggente. Il suo cuore si gonfiò di strani sentimenti che andavano dalla tenerezza alla nostalgia, alla devozione. Il soldato stava per colpirla quando Abner con uno scatto fulmineo afferrò il suo braccio per fermarlo. Litigò stancamente con costui e intanto la donna si era allontanata. Sconvolto Abner fece a piedi quasi correndo tutta Gerusalemme est, ma la donna era sparita. Il turbamento montava nella mente del giovane soldato. Quella donna…aveva un bel viso, ma quando mai si era messo a scrutare il viso delle donne palestinesi sotto l'ijiab? Per lui come per la maggior parte degli israeliani erano tutte uguali. E c'era un'altra cosa strana, quella bellissima donna non era certo una sua coetanea, forse avrebbe potuto essere sua madre. A questo pensiero il cuore gli si strinse con infinita pena e capì che aveva un desiderio intenso e struggente di abbracciarla. Con gli occhi colmi di lacrime scrutò la strada in tutte le direzioni pregando di rivederla.
A causa del suo strano comportamento l'esercito elargì ad Abner una licenza di alcuni giorni per malattia. Ora si trovava di nuovo a casa e ne provava un moderato sollievo. Quella notte faticò a prendere sonno e si rigirò svariate volte tra le lenzuola sbuffando. Quel cuore nuovo se da una parte gli permetteva cose impensabili prima, dall'altra cominciava a sentirlo come un corpo estraneo. Era un enigma, un mistero, qualcosa di sconosciuto in lui. Gli doveva un'intensità di emozioni che non avrebbe creduto potessero esistere, ma non tutte erano piacevoli. Che voleva quel cuore tanto spesso in disaccordo con la propria mente? Cominciava a fargli paura.
Si era appena addormentato quando un rumore di passi che si avvicinavano lo svegliò di colpo. In casa c'erano solo lui e sua madre, suo padre era via per faccende sue. Quello però non era il passo svelto e leggero di sua madre. Si tirò su nel letto, si mise in ascolto. I passi pesanti, lenti, cadenzati si avvicinavano. Abner fissava il buco nero della porta. Poi silenzio. C'era una figura immobile sulla soglia. Nella stanza era buio, ma dalla finestra chiusa filtrava un piccolo raggio di luce proveniente dalla luna piena che fuori illuminava a giorno con la sua lattescenza. Quando gli occhi gli si furono abituati alla scarsa luce della stanza Abner vide che il volto di colui che si era fermato nel vano della porta era livido e pesto. Fissandolo con tutte le forze si avvide che gli occhi erano spenti e dalle palpebre aperte a metà si vedeva solo il lucore dell'occhio che si stagliava nel buio. Non pensò neppure per un momento di cercare un corpo contundente con cui potersi difendere, era lampante che la creatura penetrata nella sua stanza non era viva. Si drizzò meglio a sedere nel letto e con la voce tremante domandò:
-Chi sei, che cosa vuoi?-
Alla sua domanda l'altro avanzò di qualche passo nella stanza, era ormai quasi accanto al suo letto e Abner adesso ci vedeva benissimo perciò scorse molto chiaramente il petto dello sventurato squarciato da un buco molto preciso e dentro quel buco, là dove doveva esserci il cuore, non c'era nulla.
-Sono venuto a riprendermi il cuore-
Rispose una voce che sembrava venire dalle profondità di una caverna, Abner sudava freddo. Aveva paura, ma anche un'immensa compassione. Il morto riprese a parlare:
- Non vi è bastato uccidermi, dovevate anche strapparmi il cuore?-
La sua voce adesso, pur sembrando sempre venire da posti cavernosi e profondi, era più chiara, più somigliante a quella che doveva aver avuto da vivo, una voce di ragazzo. Abner notò che non sembrava provenire dalla figura pesta e livida che vedeva.
-Non posso dartelo, vivo per mezzo di questo cuore, dartelo significa morire per me-
-Perché dovrebbe importarmi?-
-Ma a te non serve! Non è importante per te, dove sei adesso, avere o non avere il cuore!-
- Lo dici tu che non è importante. Io sono stato violato nella vita e nella morte. Il cuore che anela l'abbraccio di mia madre tu lo hai portato nel carro armato, il cuore che aspira ad annusare i profumi della salvia e del rosmarino alla finestra della mia casa tu lo hai portato al ceck-point, il mio cuore che amava la poesia e le canzoni della Palestina tu lo hai piegato alla vostra retorica…-
Mentre l'infelice ragazzo parlava Abner aveva sempre meno paura e sempre più pena. Era chiaro che egli non aveva il potere di riprendere ciò che era suo, quello che era stato era stato. Ma come lo sentiva ingiusto, crudele!
Quello che restava di Jawad era davanti agli occhi pieni di lacrime di Abner che forse per l'appannamento della vista dovuta al pianto ebbe l'impressione di vederlo come era stato da vivo. Ma poi, dopo un battito di ciglia allo splendido ragazzo si sostituì di nuovo il livido cadavere col petto squarciato. Ora stava voltandosi per uscire, per tornare ai vermi e alla terra, Abner lo richiamò indietro con un grido.
-Aspetta! Non posso ridarti la vita che ti è stata tolta, nemmeno rendendoti il cuore, ma posso prometterti che non vedrà mai più né armi, nè violenza, che tornerà a casa per abbracciare tua madre, che aspirerà solo i profumi di questa terra e mai mai l'odore dello zolfo e del fuoco!-
Abner si accorse che c'era la luce accesa, sua madre gli stava asciugando la faccia bagnata di lacrime e non riusciva a smettere di singhiozzare. La pena però si stemperava in una specie di sollievo, si sentiva il cuore liberato. Il giorno dopo in caserma arrivò una dichiarazione in cui Abner affermava di non poter più servire l'esercito per problemi di coscienza e anche …di cuore.